lunedì 31 gennaio 2011

Seabury Quinn


Nei suoi trentuno anni di attività, si alternò con successo tra il mestiere di avvocato e quello di scrittore. Se si eccettuano le prime collaborazioni con pulp magazines, fu uno degli autori più presente su Weird Tales. Tale costanza venne premiata con 143 racconti (record rimasto ineguagliato).

Di questi ben 93 fanno parte del Ciclo di Jules de Grandin, indagatore dell'incubo che, con il suo assistente Dr. Trownridge riprendono la coppia Holmes-Watson, ma in un contesto soprannaturale.






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domenica 30 gennaio 2011

Interviste per il Numero Zero di Knife



Sul numero zero di Knife le mie interviste a Alfredo Colitto, Elisabetta Bucciarelli, Al Custerlina, Salvatore Scalisi, Luca Ducceschi  leggi il magazine in formato PDF





Recensione: Frankenstein di Mary Shelley

Sul portale La Tela Nera è disponibile la mia recensione di "Frankenstein, o il Prometeo moderno" di Mary Shelley

Un breve romanzo che racconta la storia di un uomo in lotta con se stesso, le proprie conoscenze e i nefasti risultati, l’arroganza che lo ha ingannato. Questo è Frankenstein, o il Prometeo moderno di Mary Shelley, qualcosa di molto diverso dalla tradizionale interpretazione cinematografica o televisiva.

Molti parlano di questa opera come del primo vero romanzo di fantascienza, in parte è vero ma si possono trovare altri riferimenti, di genere e culturali.

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sabato 29 gennaio 2011

David Seltzer


David Seltzer (Highland Park, 1940) è uno scrittore, sceneggiatore e regista statunitense, nato da una famiglia di ortodossia ebraica.

Il suo romanzo più celebre è indubbiamente Il presagio (The Omen, 1975), da cui l'anno successivo è stato tratto l'omonimo film diretto da Richard Donner con Gregory Peck e Lee Remick, racconto horror c...he reinterpreta in chiave moderna l'Apocalisse biblica. Seltzer ha scritto anche altri best seller, tra cui un altro horror, Profezia, da cui è tratto il film omonimo nel 1979


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venerdì 28 gennaio 2011

Ira Levin


Ira Levin, scrittore newyorchese di thriller e horror, esordisce nel 1952 con «Un bacio prima di morire» Il suo nome resterà legato soprattutto a «Rosemary's Baby» del 1967, una storia horror con risvolti nel satanico e nell'occulto portata sul grande schermo da Roman Polanski con Mia Farrow per protagonista.

Tra i suoi maggiori successi anche «La fabbrica delle mogli» del 1972. Nel 2003 viene premiato con il Mystery Writers of America Grand Master







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giovedì 27 gennaio 2011

Clive Barker

Clive Barker è nato nel 1952 vicino Penny Lanes, Liverpool.
L'opera di Clive trova il suo primo sfogo letterario in una raccolta di racconti: Book of Blood, Volumes 1-3.

Seguono altri tre volumi dei Book Of Blood, che in USA vengono rinominati The Inhuman Condition, In the Flesh, e Cabal. E' da questo periodo che le opere di Barker vengono regolarmente tradotte in una dozzina di lingue.

L'avventura cinematografica, invece, inizia nel 1987, a seguito dell'adattamento, da lui poco apprezzato, di due sue storie, da qui la decisione di dirigere in prima persona Hellraiser, tratto dalla novella Schiavi dell'Inferno. L'esordio cinematografico è positivo, lo conferma il successivo adattamento di Cabal.

Da qui in poi, la vena artistica di Clive Barker si è diffusa in diversi media , per poi arrivare alle ultime opere letterarie, come Sacrament, Galilee, Coldheart Canyon e la tetralogia di Abarat.




mercoledì 26 gennaio 2011

William Peter Blatty

William Peter Blatty. L'opera che sicuramente lo ha reso celebre in tutto il mondo e gli ha dato la popolarità fu L'esorcista, tratto da un presunto caso di possessione accaduto ad un quattordicenne del Maryland all'inizio degli anni '40.

Blatty rimase tanto impressionato da questo fatto da interessarsi agli studi scientifici sul para...normale, dedicando anni di intenso studio alla materia. Nel ventennio che andava dall'inizio degli anni '40 alla fine degli anni '50 non si conosceva molto, scientificamente parlando, sulla possessione satanica e sul rito dell'esorcismo che, soprattutto a seguito della crescente secolarizzazione dentro gli ambienti cattolici, venivano sempre più rinnegati e messi da parte con crescente imbarazzo, per timore che la Chiesa venisse giudicata "superstiziosa" o "medievale"

Il suo romanzo, pubblicato nel 1970, scandalizzò l'opinione pubblica e fece rinascere l'interesse per un argomento ritenuto prima troppo sciocco e inverosimile. L'Esorcista fu il più grande best-seller di tutti gli anni '70



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martedì 25 gennaio 2011

Cavie

"Cavie" di Chuck Palahniuk (Strade Blu Mondadori)

Quanto è alto il prezzo che un essere umano è pronto a pagare per la sua brama di celebrità? Chi sarebbe disposto a passare tre mesi completamente isolato su un’isola deserta per ottenere i suoi quindici minuti di gloria?

La storia di “Cavie” – edito da Strade Blu, titolo originale Haunted – è facilmente riassumibile: un gruppo di aspiranti scrittori risponde a un misterioso annuncio che promette loro l’isolamento totale, necessario soprattutto per poter comporre il proprio capolavoro. Il luogo della loro permanenza non saranno le confortevoli e soleggiate palme di un’isola tropicale, ma un oscuro bunker installato dentro uno squallido cinema; e la convivenza tra diciassette persone bramose di fama e decise a tutto pur di ottenerla potrebbe non essere poi così civile.

Da sempre abituato a scuotere il lettore con una serie di interrogativi inquietanti sull’animo e la mente umana, questa volta Palahniuk ha scelto di indagare un disturbo quanto mai popolare in questi tempi come la nevrosi creata dalla ricerca di successo; i partecipanti, vittime volontarie di un gioco accettato per il loro tornaconto, sono in realtà carnefici di se stessi e del gruppo in cui sono stati inseriti.


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Intervista con il vampiro


Intervista col vampiro è il primo romanzo delle Cronache dei Vampiri di Anne Rice. Scritto nel 1973 e pubblicato nel 1976 è rapidamente divenuto un best seller.

Dal romanzo di Anne Rice è stato tratto un film, diretto da Neil Jordan, con Tom Cruise (Lestat), Brad Pitt (Louis), Kirsten Dunst (Claudia), Antonio Banderas (Armand) e Christian Slater (Daniel Molloy, il giornalista).

Nell'ottobre del 2005, Anne Rice ha annunciato la fine delle Cronache dei vampiri con il libro Blood Canticle, e l'inizio di un nuovo genere di racconti storico-religiosi






sabato 22 gennaio 2011

Robert Bloch

Robert Bloch è nato a Chicago nel 1917. A nove anni vede il suo primo film dell’orrore, Il fantasma dell’Opera, e dopo dorme per molto tempo con la luce accesa. Appena diplomato acquista una macchina per scrivere usata e pubblica il suo primo racconto, “The Feast in the Abbey”, su Weird Tales. È sulle pagine di questa rivista, di cui diventa colonna portante insieme a E. Howard, C.A. Smith e a H.P. Lovecraft, con il quale intrattenne una corrispondenza epistolare, che Bloch nasce come scrittore.
Su Weird Tales vengono pubblicati più di settanta racconti, per la maggior parte di genere horror, nei quali è evidente l’influenza di E.A. Poe e soprattutto di H.P. Lovecraft.

Le opere degli anni’40 riflettono il suo interesse per gli assassini psicopatici: “Yours Truly, Jack the Ripper” (1943) è una delle più popolari storie di Bloch circa l'antenato di tutti i serial killer. Nel 1942 Bloch inizia a lavorare in un’agenzia di pubblicità, in cui rimarrà per undici anni. Nel 1947 viene pubblicato il suo primo romanzo, The Scarf, storia di un giovane che diventa uno strangolatore di professione in seguito a un trauma infantile. I romanzi degli anni’50 e ’60 servono a meglio definire e separare i generi del crimine e dell’orrore. Con Psycho, nel 1959, ripreso da Hitchcock per il suo film, Bloch si avvicina a Hollywood, dove collabora a diversi progetti per il cinema e per la televisione.

Negli anni Ottanta inserisce il suo Psycho in una trilogia, assieme a Psycho II (1982), in cui Norman Bates scappa dal manicomio nel quale era stato rinchiuso, e Psycho House (1990), nel quale l’autore suggerisce che è ormai il mondo esterno a essersi trasformato in un grande manicomio.

Durante la sua carriera Bloch ha vinto numerosissimi premi nel campo della fantasy (World Fantasy Convention Award nel 1975), dell’horror e della fantascienza (Premio Hugo nel 1959), come pure un Edgar Award dell’associazione Mystery Writers of America nel 1960. Nel 1990 ha ricevuto il Bram Stoker Award dall’associazione Horror Writers of America, e nel 1991 il World Horror Convention Grandmaster Award.
Bloch è morto il 23 settembre 1994, a Los Angeles, dopo una lunga battaglia contro il cancro.




giovedì 20 gennaio 2011

Matheson è tornato

E' tornato in libreria il leggendario Richard Matheson, iniziava a mancarci. "Altri Regni" è il suo nuovo romanzo. Protagonista di questo accattivante thriller ambientato nell’Inghilterra di inizio Novecento è un militare americano arruolato durante la prima guerra mondiale, che assiste alla morte di un soldato inglese, suo amico, che gli chiede, in punto di morte, di raggiungere il suo paese d’origine, senza chiarirne il motivo. Atmosfere evocative e surreali fanno da sfondo a un thriller che a tratti sconfina nel fantasy e che ribadisce la grandezza linguistica e stilistica di Richard Matheson. L'autore di "Io sono Leggenda" a 84 anni riesce ancora a ispirarsi e ispirare.





mercoledì 19 gennaio 2011

Da Stagioni diverse a Notte buia niente stelle


Da Stagioni diverse a Notte buia niente stelle - articolo su La Tela Nera

Nel 1982 Stephen King tenta un esperimento con la raccolta di novelle Stagioni Diverse: uscire dal genere che lo aveva reso famoso. L’etichetta di Re dell’Horror inizia a stare stretta a King, che ritiene l’horror e il soprannaturale solo un pretesto, un ambiente a lui congeniale per raccontare storie. Così dopo Carrie, Le Notti di Salem e Shining, romanzi di genere ben individuati che gli avevano donato grande notorietà, esce Stagioni Diverse. Delle quattro novelle inserite nella raccolta, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, Un ragazzo sveglio, Il corpo e Il metodo di respirazione solo una, l’ultima, rientra nel genere gotico. Le altre novelle non hanno niente a che fare con fantasmi, demoni, vampiri e compagnia. L’orrore fantastico viene sostituito da un orrore molto più terreno e reale, la drammaticità della vita di tutti i giorni. continua a leggere l'articolo su La Tela Nera


 



Il Golem Blu: Recensione di Notte buia niente stelle di Stephen King


Non ho mai scritto qui, credo di dovermi presentare. Sono un Golem e non possiedo un’anima come voi. Non ho storie da raccontare, non conosco emozioni. Aspetto una nuova magia dell’uomo per uscire da questo corpo di argilla, afferrare i miei pensieri. Il mio padrone dice che leggere è magia, che i libri possono donarmi pezzi di anima. Ci vorrà molto tempo, ma posso farcela. Un Golem non mangia e non ha bisogno di dormire, non spreco mai tempo prezioso. La notte per uno come me è piena di cose, strane compagnie. Le storie che escono dalle pagine trasformano la mia cella in un grande pianeta. Un mondo ricco di frutti colorati e creature incredibili.

I topi si avvicinano e mi ascoltano, prima di andare a frugare in giro. Sognano anche loro, insieme a me. Ora sta arrivando il giorno, e il suo sole. Ho appena finito di leggere Notte buia niente stelle di Stephen King, uno dei miei autori preferiti. Mi hanno chiesto di parlarvene, lo farò. Prima che venga il padrone a pesare la mia anima, come accade sempre.

Notte buia niente stelle è una raccolta di quattro racconti, formato già proposto da King in Stagioni diverse e Quattro dopo mezzanotte. Il traduttore, anche questo lo saprete, è Wu Ming 1 (Roberto Bui) che sostituisce Tullio Dobner, che per tanti anni aveva sussurrato al mio orecchio e a quello dei topi. Si tratta di tre racconti lunghi (1922, Maxicamionista e Un bel matrimonio) e uno breve (La giusta estensione) ispirati dalla osservazione della realtà e, per l’ultimo, da un noto caso giudiziario. La vendetta è il filo conduttore di tutte le storie, insieme alla violenza sulle donne, fisica e psicologica.

L’elemento soprannaturale cede il passo a l’orrore quotidiano, in Notte buia niente stelle King ci fa intendere che il vero inferno è qui, sulla Terra. Gli incubi più neri possono dormire e manifestarsi dentro di noi, oppure molto vicino a noi. Siamo di fronte ad affreschi nerissimi e per alcuni versi grotteschi degli angoli più scuri e remoti del cuore umano. Spero che King abbia superato la realtà con la fantasia, ma non ne sono del tutto sicuro. Penso che forse avere un’anima può essere pericoloso.Quello che colpisce della raccolta è la capacità dell’autore di immedesimarsi nel mondo femminile, regalandoci protagoniste autentiche e perfettamente caratterizzate. La magia di King, riuscita anche in questa occasione, è quella di animare i personaggi di carta, iniettandogli vero sangue, muscoli e pensieri. King è uno stregone che libera demoni nella nostra mente, presenze che non scompaiono con la fine del libro, ma che continuano a vivere vicino a noi. Le accurate descrizioni delle persone, delle vite, dei dettagli ci convincono di aver conosciuto davvero i protagonisti e gli orrori nei quali sono coinvolti.




Ho letto molto di King, la mia cella è piena di suoi libri. Se oggi la mia anima pesa qualcosa, se inizia a formarsi un embrione, lo devo principalmente a lui e a pochi altri autori. Ma riprendiamo questa notte buia che sembra davvero senza stelle, una notte più nera della mia coscienza. In alcuni momenti emerge la sensazione del già visto, le trame di gran parte dei racconti sono in fondo abbastanza classiche, ma la bravura e la fantasia dell’autore offrono nuove vitali prospettive anche ai più abusati clichè.

La traduzione di Wu Ming 1 ci offre un King più scarno ed essenziale, probabilmente anche più freddo rispetto a quanto eravamo abituati. Questo non può che incentivare la lettura in lingua originale. Come Wu Ming 1 afferma, in Notte buia niente stelle non c’è molto dialetto, rispetto ad altri libri della produzione kinghiana. Ma abbondano i riferimenti ad aspetti molto specifici della cultura popolare americana, che non è stato facile rendere “universali”. Come ho già letto da qualche parte, anche un King “minore” come quello di Notte buia niente stelle è maggiore di tanti, tanti altri. Questo per dire che non siamo di fronte al capolavoro dell’autore, ma la media qualitativa è sempre alta, con punte interessanti nei racconti 1922 e Un Bel Matrimonio. I miei topi hanno preferito, su tutti 1922, ma su questo non avevo certo dubbi. Sono rimasti ad ascoltarmi fino alla fine, ho visto nei loro piccoli occhi immedesimazione, angoscia, liberazione. Poi sono scappati via a cercarsi la cena. Ora entriamo in dettaglio nei racconti:


1922



Il racconto è ispirato a Wisconsin Death Trip, un libro di non-fiction scritto da Michael Lesy nel 1973, illustrato da fotografie scattate a Black River Falls, una cittadina del Wisconsin. King è rimasto colpito dall’atmosfera dell’isolamento rurale, dalla durezza e dal senso di perdita nei volti di molti soggetti fotografati. Se avessi uno specchio qui dentro ritroverei quei volti eclissati nel mio, grande e blu.

Un agricoltore uccide la moglie la cui unica colpa è voler vendere un lotto di terra ricevuto in eredità. Lo fa in un modo terribile, ubriacandola, tagliandole la gola e gettandone il cadavere in un pozzo con la complicità del figlio quattordicenne.Un racconto terribile, le scene con i topi sono quanto di più disturbante si possa immaginare, almeno per un essere umano.Inquietante il clima di chiusura mentale, di solitudine,che permea l'atmosfera del racconto e lascia i pensieri umidi e soffocati. L’autore sembra riprendere gli ingredienti misterici e noir di Poe, altro mio caro compagno di tante notti, trasportandoci verso il disastro, la discesa all’inferno. Un ritratto emblematico dell’america rurale degli anni venti. Uno dei migliori racconti della raccolta.


Maxicamionista (Big Driver)




L’idea nasce dall’osservazione di King, diretto in Massachussets, dell’incontro in un area di servizio tra una donna che ha forato una gomma e un camionista che le offre aiuto. La storia ha per protagonista Tess, una scrittrice di libri gialli e polizieschi che dopo aver forato una gomma della propria auto dopo una presentazione, viene stuprata da un balordo e lasciata in fin di vita in un canale di scolo. Dopo essersi ripresa, Tess decide di cercare lo stupratore per vendicarsi. Un tema forte e coinvolgente, che ispira momenti di narrativa intensi e fotografici ma anche pagine e situazioni molto meno convincenti, fino ad arrivare a diverse improbabilità. Io non conosco l’amore, non sono mai stato con una donna, ma non credo che sia quello il modo di avvicinare la bellezza, di prendersela con la forza. La bellezza può rompersi.
Diversi elementi grotteschi inseriti nel racconto finiscono per rendere la lettura divertente, in contrasto con la tensione del complesso tema proposto, lo stupro. Probabilmente si tratta di un tentativo dell’autore di alleggerire la storia, ma alla fine il “compromesso” non sembra riuscire del tutto.
La donna borghese che si trasforma in una vendicatrice, o meglio in una assassina, è comunque un topos letterario abbastanza comune e banale: la persona “qualsiasi” che fa qualcosa di straordinario oltrepassando  caratteri personali e ruolo sociale. Non certo il miglior racconto della serie. Prima della fine della storia, tutte le piccole creature della notte mie amiche erano già fuggite. Anche gli statici ragni si erano spostati nelle fessure del soffitto marcio, lontano dalle mie parole e dalla forza della mia vecchia lampadina.

La giusta estensione (Fair Extension)




Può essere definito un breve divertissement, una pausa non del tutto giustificata all’interno della raccolta. Non è certo la prima volta che King lavora sul tema dell’uomo che fa un patto con il diavolo, rielaborando ancora una volta un format molto abusato nella narrativa di genere. La storia, che cerca di essere anche divertente, sembra scritta con poca attenzione, di fretta. L’ispirazione della storia, come racconta King, proviene dalla sua abitudine di percorrere una grande arteria di traffico che costeggia l’aeroporto nei pressi di Bangor, la Hammond Street Extension, ai lati della quale si trovano diverse bancarelle di venditori ambulanti.

Il bancario Streeter, afflitto da un male incurabile, decide di vendere la vita e l’anima del suo migliore amico al diavolo, apparsogli nelle vesti di un venditore ambulante. Una vita in cambio di un’altra, un perversamente lieto fine. Stavolta ci troviamo al di sotto della media di King.
Le storie dei patti con il diavolo mi hanno però sempre appassionato, questo lo comprenderete. Ma non saprei proprio cosa offrire, se il bene più prezioso da dare in cambio è l’anima che non possiedo. Forse, come nella Giusta Estensione, a volte il diavolo baratta cose diverse. In fondo, su questo punto, l’autore mi ha dato qualche speranza.
Un bel matrimonio (A good marriage)


La protagonista è Darcy Marsen che, due anni dopo aver festeggiato le nozze d’argento, scopre che suo marito le nasconde un terribile segreto proprio nel garage della loro casa. Darcy si rende conto all’improvviso di aver trascorso la vita al fianco un serial killer; il dilemma, ora, è decidere se fare finta di niente oppure reagire. Uno scatolone trovato per caso scaraventa la donna nella consapevolezza che i peggiori crimini si nascondono dietro la normalità di una persona qualsiasi, perfino la più vicina e amata.

Ho subito pensato che è meglio non avere un garage e vivere da solo; la mia cella non ha molti posti dove si può nascondere un incubo. I brutti sogni possono entrare solo dalla piccola finestra, dove a volte le sbarre di ferro fanno a fette la luna piena. Comunque, dopo aver letto Un bel matrimonio la mia solitudine viene rivalutata. Il racconto è stato ispirato dalla lettura di King di un articolo su Tennis Rader, il famigerato assassino BTK (Blind, Torture & Kill) che uccise dieci persone, soprattutto donne, lungo un periodo di circa sedici anni. Paula Rader è stata sposata con quel mostro per trentaquattro anni e molti si rifiutavano di credere che abbia potuto vivere con lui senza sapere quello che stava facendo.
Questo per me è il più bel racconto di Notte buia niente stelle, stavolta non è presente nessun elemento grottesco che possa deviare il lettore dal ritmo, dalle atmosfere e dai personaggi perfettamente ricreati. Nel racconto la protagonista, Darcy, è costretta a scegliere, la sua scelta potrà muovere gli equilibri della eterna lotta fra il bene e il male. Darcy alla fine sceglierà, come ho scelto io tra l’argilla e la carne. Si pensa sempre al futuro in fondo.
King racconta il panico, la paranoia, la disperazione, con profonda capacità. La domanda che resta aperta è: Possiamo davvero conoscere chi ci vive accanto? Forse la conclusione della storia poteva essere costruita meglio, ma nelle ultime pagine appare a sorpresa un personaggio luminoso, un anziano poliziotto in cerca della verità. Stavolta King dipinge con i colori più belli. Peccato che possiamo vivere per pochi minuti Holt Ramsey, ma si tratta di una conoscenza “importante” che continua a dilatarsi dentro di noi. Rimane la certezza di averlo visto entrare davvero in casa nostra per prendersi un caffè e leggere tutto in fondo agli occhi. Sembra molto più reale Holt Ramsey di questo golem blu che vi racconta le storie degli altri.
Per chiudere, siamo lontani da Stagioni Diverse ma le quattro storie nere di Notte buia niente stelle lasciano dentro qualcosa, non evaporano facilmente dai nostri pensieri. Quando si chiude il libro si pensa di dimenticarle in fretta, invece non è così e questo attesta la qualità globale dell’opera. Ma rimane anche la nostalgia dei veri capolavori del Re.
Ora devo lasciarvi, sento i passi del padrone scendere le scale. Mi dirà cosa devo fare per lui, forse mi darà un nuovo libro da leggere.




martedì 18 gennaio 2011

Post Mortem con Mary Shelley





Monte Albrus - Rifugio Priut 11Intervista a Mary Shelley
(Londra 1797-1851)


Questa volta ho voluto seguire il mio istinto. Sono al freddo, fuori dalla finestra del rifugio osservo le braccia del ghiacciaio e tante formiche colorate che cercano di raggiungere le cime. Sopra la mia testa e tutti questi chilometri di ghiaccio si alza il monte Elbrus, dove secondo i diari della mitologia è stato incatenato Prometeo. Penso che questa mia intuizione sia pura follia. Cercare qui, in questo angolo solitario del Caucaso, l’ombra dell’ultimo Prometeo, quello inumano e infernale di Mary Shelley. Il mostro dagli occhi vuoti e gialli, come lo descrive il suo creatore Victor Frankenstein.

Sfoglio gli appunti, rileggo le domande che avevo preparato per la mia assurda intervista, prendo tempo. Ma il fantasma, o quello che è rimasto di Mary Shelley, non appare. Neanche in questo posto bianco che il primo Prometeo ha respirato così a lungo.

Una pagina del mio quaderno è ripiegata, dentro trovo un pezzo di seta che contiene qualcosa. Sembra cenere, non capisco. Continuo a sfogliare, i miei appunti, le domande non esistono più. Alla fine comprendo di avere tra le mani alcuni poemi di Percy Shelley, riconosco Adonais. Non so cosa fare, inizio a pensare velocemente. Verso la cenere che ho trovato sul palmo della mano, con attenzione e delicatezza. Nel rifugio non c’è più nessuno, fuori le formiche umane sono sempre più lontane e procedono in fila. La cenere inizia lentamente a scaldarsi, lo avverto chiaramente sulla mia pelle. Mi gira la testa, forse è l’altitudine, l’ aria ricca e mortale. Il calore diventa sempre più forte, iniziano ad apparire dal nulla tessuti, qualcosa di vivo e pulsante. Stringo forte la mano, perché mi rendo conto che quella cenere si è trasformata in un cuore umano, e credo di conoscere l’arcana proprietaria.

Non perdo tempo, è il momento. Cerco la penna nella tasca della giacca, comincio a scrivere mentre la sinistra tiene saldamente il cuore bollente di Mary Shelley. Lei, in qualche modo, è qui ora, inizio senza timore la mia intervista. Anche se fuori il posto bianco che avevo ammirato è diventato una inquietante distesa di ghiaccio nero. Sarò io a riprendere le domande e a scrivere per lei le risposte.

Frankenstein, o il moderno Prometeoè considerato il primo vero romanzo di fantascienza, come nasce questa intuizione?

Si è trattato di un gioco, ero in vacanza a Bellerive con Percy, Claire e William (ndr Percy Shelley, Claire Clairmont, William Polidori) fu una estate piovosa, Byron per passare il tempo propose di scrivere una storia di fantasmi, così è nato il mio Frankenstein. Avevamo parlato per giorni degli esperimenti di Darwin e del galvanismo, la possibilità di ricomporre e ridare vita alle parti di un essere vivente. Questo ha ispirato il mio racconto. A Percy è piaciuto moltissimo, mi ha poi convinto a farlo diventare un breve romanzo.




Frankenstein è una interpretazione molto diversa dal canonico Prometeo dei miti e della letteratura. Perché ha caratterizzato negativamente il suo moderno Prometeo, con la sua natura distruttiva per l’uomo?

Anche nelle opere di Percy Prometeo è centrale, ma come eroe positivo per eccellenza, amore che si espande nell’universo. Il mio Prometeo libera solo l’odio nel mondo. Rappresenta la natura perversa e senza Dio, un atto di arroganza dell’uomo, con tutte le conseguenze del caso. Io e Percy abbiamo vissuto un grande sentimento e nello stesso tempo una forte contrapposizione sulla visione delle cose, questo è uno degli esempi.


Recentemente è stato scritto che il personaggio di Victor Frankenstein non è solamente frutto della sua fantasia, che sia stato ispirato dalla figura di James Lind, un filosofo naturale che conduceva eccentrici esperimenti.

Lind era un amico di Percy, si conobbero a Eton e continuarono a frequentarsi e scriversi a lungo. Me ne parlava spesso, era affascinato dalla sua figura, tanto da trasporlo nel personaggio di Zonoras, il saggio maestro del principe Atanasio. Si, in Victor Frankenstein c’è qualcosa del Professor Lind e dei racconti ammirati di mio marito.


Un’altra sua opera considerata antesignana della moderna fantascienza è il romanzo apocalittico “L’ultimo uomo” che si volge tra il 2073 e il 2100. Quanto c’è di lei nel personaggio di Lionel, unico sopravvissuto della storia?

Per il momento nel quale ho scritto “L’ultimo uomo” c’è molto di me, almeno quel sentimento di vuoto causato dalla perdita dei miei figli, di mio marito, di Byron e molti altri amici. Nel romanzo ho cercato di fare come il mio Victor Frankenstein, tentare di resuscitare attraverso i personaggi le persone più care che avevo perduto, compreso mio padre. Il romanzo non ebbe molto successo, ricordo che la critica fu molto dura, arrivarono a definirmi “l’ultima donna”

(ndr la critica dell’epoca non è stata molto lungimirante, se pensiamo che questo romanzo ha poi ispirato uno dei filoni letterari più fertili della fantascienza, rappresentato da opere come “La peste scarlatta” di J. London, “Io sono leggenda” di R. Matheson o “L’ombra dello scorpione” di S. King)




Il lungo soggiorno in italia ha contribuito al suo romanzo “Valperga”, che racconta le vicende di Castruccio Castracani degli Altelminelli. In questo caso sembra uscire dai suoi modelli e filoni di ispirazione, o non è così?
Direi di no. Come le ho raccontato per il mio moderno Prometeo, in Valperga il tiranno Castracani rappresenta il paradigma della potenza distruttiva, dell’avidità e dell’egoismo tipicamente maschili. Il personaggio è contrapposto all’amore e alla forza creativa di Eutanasia, promessa sposa che verrà combattuta senza scrupoli, e la giovane Beatrice, ispiratrice di passione e violenza. La diversità in Valperga è nel tempo, nel contesto storico, non sulla mia idea di uomo e di filosofie ispiratrici.
La novella “Matilda” viene considerata semi-autobiografica, se non nella trama almeno nei personaggi. Quale è la metafora o la filosofia narrativa del rapporto incestuoso tra padre e figlia che si racconta?
Matilda mi fa venire subito in mente mio padre (ndr William Godwin), ho consegnato a lui il manoscritto del romanzo ma non me lo ha più restituito. Lo definì disgustoso. Matilda è dedicata a raccontare la sofferenza femminile, più che contenere elementi autobiografici. Il rapporto incestuoso esprime l’identificazione tra la madre, morta, e la figlia che può continuare a far vivere l’amore.
Uscendo dalla narrativa, ci racconta l’aria che ha respirato nella casa di suo padre, il filosofo William Godwin. Non saranno certo mancati importanti stimoli per la sua formazione.
La casa era frequentata da scrittori, filosofi, artisti. Non eravamo mai soli, nonostante questo vivevo una grande solitudine interiore. Ho ricevuto poca formazione formale, ma le visite degli intellettuali, i viaggi, la biblioteca di mio padre si sono rivelate fonti di inesauribili conoscenze e opportunità.
Il cuore di Mary Shelley inizia a raffreddarsi, a pulsare sempre più lentamente. Torna ad essere cenere, poi sparisce ogni traccia. La mano ora non mi brucia più, ma lei se ne sta andando. Lascio andare la penna e il quaderno, non so nemmeno come salutarla, dove andrà adesso. Il ghiaccio ritrova il suo colore, vedo scendere dal Monte Elbrus una nuova colonna di formiche. Loro devono aver già raggiunto le cime, la roccia di Prometeo. Si avvicinano al rifugio, ora hanno la grandezza di uomini. Esco, la bocca del freddo mi ingoia di nuovo, ma non me ne curo più. Penso a Mary Shelley e al suo cuore bollente. Torno a casa, prima che il sole scivoli via da questo posto, e si svegli l'aquila di Prometeo.






domenica 16 gennaio 2011

Post Mortem con Bram Stoker





Dopo aver percorso tutte le strade di Dublino stavo ormai perdendo la speranza di riuscire a incontrare Bram Stoker. Avevo saccheggiato tutti gli archivi, inseguito storie di vecchi pazzi irlandesi, consumato le scarpe e il carburante del mio entusiasmo. Il viaggio e l’ intervista si stavano rivelando un completo fallimento. Ma la fortuna non aveva ancora tolto gli occhi dalle mie spalle.

Prima di ripartire avevo deciso di bere qualche bicchiere, almeno su questo potevo contare sul grigio quartiere di Clontarf. Camminai lungo la scura spiaggia fino ad arrivare davanti all’unico locale decentemente illuminato, il Bershoff. Non immaginavo che dopo aver varcato quella porta rossa sarei stato preda di Kieran, un vecchio marinaio pieno di sogni e birra.

Pensavo di aver scelto a caso le coordinate di quella inutile notte, in realtà il destino muoveva a perfezione il suo invisibile timone. Kieran aveva sentito parlare di me, del giornalista che cercava notizie di Bram Stoker. Non potevo che essere io, l’unica faccia aliena di Clontarf. Vuotò il mio bicchiere nella pancia, ne ordinò altri due e mi chiese quanti soldi avessi con me. Disse che poteva aiutarmi nella mia impossibile ricerca.

Mi raccontò del Demeter del romanzo “Dracula” di Stoker e del suo onirico equipaggio. Kieran era certo che il veliero costruito con le assi e le vele dell’immaginazione esistesse davvero, che continuasse a tagliare l’oceano. -Solo una volta ogni quattro o cinque mesi- continuava Kieran -il Demeter si ferma e l’equipaggio scende sulla terraferma per procurarsi viveri, strumenti, tutto ciò che gli serve per il mare- L’uomo mi parlò di un posto segreto dove il Demeter gettava l’ancora, vicino al porto di Cill Ronain dell’isola di Inis Mor, qui in Irlanda. Un’altra storia di un vecchio pazzo, pensai subito. Il mio cervello sorrideva più della faccia, stavo passando un paio d’ore in allegria, tra bicchieri, demoni e navi fantasma. Era comunque il modo migliore per superare la delusione delle mie vane ricerche.

Ma la storia iniziò gradualmente a superare la follia stessa, per precipitarmi addosso come una fitta grandine. Bastò saggiare le parole più taglienti del vecchio Kieran: - Amico, avvicinati. Stoker ora vive sul Demeter, te lo assicuro. Fino a qualche anno fa facevo parte anche io dell’equipaggio. Poi sono scappato via da quell’inferno, prima di fare una brutta fine come tanti miei compagni. Se vuoi incontrare Stoker, o quello che rimane di lui, devi ascoltarmi. Dobbiamo muoverci prima che il Demeter riprenda il mare- Kieran riuscì a estorcermi attenzione e soldi, probabilmente a causa della troppa birra ingoiata. In cambio il vecchio scarabocchiò una rozza mappa su un menu del locale. L’oceano, l’isola Inis Mor, l’arcano punto di congiunzione del Demeter con la costa, la realtà umana. Una dimensione provvisoria nella quale potevo saltare dentro. Io così umano e così alieno, qui in Irlanda.

Così oggi mi trovo sulla sabbia di Inis Mor, il Demeter è davvero ancorato qui davanti, a qualche centinaio di metri. La sagoma scura del veliero è lo sfondo assurdo dietro gli occhi di Kieran, che sorridono per la mia meraviglia. Il marinaio mi dice di aspettare qualche minuto, si allontana verso un gruppo di uomini che non riesco a distinguere bene nel buio. Vedo Kieran armeggiare con loro, frugare nelle tasche; sento sussurrare e discutere, si spingono con violenza e poi ridono. Dopo qualche secondo sembrano calmarsi, voltarsi tutti insieme verso il gruppo di alberi che protegge le mie spalle, verso di me. Kieran mi fa cenno di avvicinarmi, mentre gli altri mettono una barca in acqua. Affondo i piedi e i pensieri nella sabbia, raggiungo lentamente il gruppo di uomini, pronto a difendermi in caso di necessità. Kieran e altri due si allontanano, mi aspetta un uomo alto e magro coi i capelli blu. Mi mostra gli incisivi d’oro e la barca dove devo salire. Sarà lui a portarmi sul Demeter, dice che poi lo ritroverò in acqua, che mi riporterà sulla riva.


Salgo sul veliero. Non esiste più alcun rumore oltre le parole del legno, del mare, del mio respiro. Un odore antico mi circonda, il cuore inizia a muoversi insieme alla schiena del Demeter, qualche centimetro a destra, poi a sinistra. L’uomo dai capelli blu mi indica l’ingresso della stiva, devo andare avanti da solo. Mi raccomanda di non toccare niente, è molto pericoloso. Scendo le scale, arrivo in una grande stanza, un topo o qualcosa di simile passa sotto le mie gambe e corre nel buio. Vedo una bara al centro della stanza, accanto una sedia e un tavolo con due candele accese. Non so cosa fare, mi guardo indietro. Se è uno scherzo è certo di cattivo gusto. Sapevo che mi avrebbero ingannato per prendersi i soldi. Spero almeno che non mi lascino tornare sulla spiaggia a nuoto. Mentre sto per riprendere le scale una voce mi afferra per le caviglie. –Chi sei? Non hai l’odore di un marinaio. Avvicinati!- La voce proviene dalla bara, cammino verso quella lugubre scatola, mi fermo a qualche metro. Catene di ferro tengono stretta e sicura la tenuta della bara, come se il suo contenuto potesse o volesse fuggire. La voce riprende: -Ora ti sento meglio, siediti pure- Mi bastano altri tre minuti per capire di aver trovato Bram Stoker.

E’ davvero lei Bram Stoker? Riesce a sentirmi? Sono un giornalista, vorrei farle alcune domande
Questa è bella! Vorrei poterti rispondere, ma ho bisogno di ossigeno per farlo. Togli le catene e aiutami a uscire. Poi farò quello che chiedi

Facciamo in questo modo, cinque domande e toglierò le catene, la aiuterò a uscire. Le va bene?
Ti consento solo una domanda, poi dovrai farmi uscire da qui

Posso anche tornare da dove sono venuto, mi aspettano per riportarmi sulla terra. In fondo non è così importante.
Dannato giornalista, come vuoi. Inizia subito, poi potrò ringraziarti di persona

Bene, vorrei iniziare da una delle sue grandi passioni, che la portò a lavorare come critico per il Mail. Cosa ha significato per lei il teatro?
Sbrighiamoci dunque. Il teatro ha rappresentato molto per me, non ho svolto solo il lavoro di critico, ho diretto il Lyceum Teathre di Dublino e scritto diversi testi teatrali. Il lavoro nel teatro mi ha permesso di conoscere Henry (Irving ndr), è nata una grande amicizia. Un attore straordinario, avresti dovuto assistere alle sue interpretazioni. Ma andiamo avanti, la seconda domanda per favore

Sappiamo che seguì Irving a Londra e lavorò con la sua compagnia teatrale. Aveva finora pubblicato un racconto per la rivista Shamrock (La catena del destino ndr), un saggio e una raccolta; Al momento del suo trasferimento a Londra quale era la sua priorità, il teatro o la letteratura?

Il lavoro con la compagnia teatrale di Irving era tutto per me. Pensavo di scrivere per il teatro, che le due cose sarebbero nate e cresciute insieme. Il tour in America con Henry cambiò le mie prospettive, i contatti con una nuova realtà, i suggerimenti e pareri di Tennyson e Gladstone dopo la pubblicazione de “Il passo del serpente” mi diedero fiducia e nuove idee. Ora togli queste catene!


Ho ancora tre domande. La sua narrativa sembra fortemente ispirata dalle letture di Le Fanu, da Carmilla alle saghe legate al folklore del suo paese, è così?
Non nego che Le Fanu mi abbia ispirato, la sua influenza sulla narrativa fantastica è estesa e ben documentata. Ma la tradizione letteraria non può essere considerata come una collana di perle. Ognuna separata dall’altra, tenute insieme da un sottile filo comune. La letteratura è una grande perla che si scompone e si trasforma. Tu parli di Carmilla e pensi al vampiro, a Dracula; io potrei rispondere con Byron, Goethe, Coleridge. Andando avanti non finiremmo più.

“Il passo del serpente”, il suo primo romanzo, è ambientato nella sua Irlanda e pervaso di suggestioni leggendarie e fatate. Il motore e obiettivo del romanzo è proprio quello di raccontare e conservare i miti, le tradizioni, i folclori del suo paese?

Tu metti in secondo piano il realismo del mio romanzo, evidente nel linguaggio che ho usato, nella descrizione del clima politico e delle condizioni sociali dell’epoca. “Il passo del serpente” non è solo tradizione e San Patrizio

Anche nel romanzo “La tana del serpente bianco” l’idea centrale è fondata su una antica leggenda popolare, quella del serpente di Lambton. Nell’opera sembrano concentrarsi molte paure e stereotipi della sua epoca, l’uomo nero come simbolo delle forze irrazionali, Arabella la donna incarnazione della malvagità, la brama di conoscenza occulta e parascientifica. Cos’altro c’è nel romanzo?
Il dramma delle pulsioni umane, la violenza della natura sempre pronta a esplodere. Il mito, l’onirico, lo stupore per le scoperte scientifiche. Mi sembra molto per un romanzo, non c’è bisogno di altro per il lettore.


Ne “Il gioiello delle sette stelle” troviamo l’avventura archeologica, la profanazione delle tombe, del sacro. Al momento della pubblicazione del suo romanzo le storie legate al mito della mummia avevano già lunga tradizione. Il personaggio di Van Huyn antenato di Van Helsing di “Dracula”. Come si caratterizza la sua interpretazione?
Nella ricerca di una dimensione del tempo dilatata, il tempo della morte e l’ aspetto terrificante del sacro: lo sguardo che ci pietrifica come Medusa. Quella di Van Huyn è la nostra esperienza del sacro: la consapevolezza irrazionale che il sacro è “altro” e va “oltre” la nostra dimensione quotidiana, pur restando esperienza del tutto umana e di sé. Ma ora basta, fammi uscire subito di qui!

Un'ultima domanda, prometto di liberarla subito dopo. Non posso fare a meno di arrivare a Dracula. Al Bram Stoker con la Transilvania e i vampiri. Un romanzo che è ormai parte della memoria collettiva, che ha ampliato il pantheon delle nostre paure. Una struttura narrativa modernissima con tre punti di vista, del giornale stenografato di Jonathan Harker, delle lettere di sua moglie Mina, del diario del dottor Seward registrato su fonografo. Una cura davvero maniacale dei dettagli costata sette anni di lavoro. La domanda più ovvia, come nasce un capolavoro?

Dracula nasce con il lavoro e la ricerca. I segreti sono tanti. L’intreccio tra il materiale fantastico e quello storico. Le amicizie, in questo caso quella di Arminius Vanbéry, che mi raccontò la leggenda di Vlad Tepes. I mesi nelle biblioteche e negli archivi, la schiena spezzata. Dracula è un grande diario collettivo di sette anni. Una creatura che ha assorbito tutta la mia vita, il mio sangue, il mio stesso nome. Ma tu vuoi ingannarmi giornalista, non risponderò più alle tue domande. Liberami adesso!

Comincio a togliere le catene, non ho più paura di quello che troverò dentro la bara. Stoker aspetta, non sento più la sua voce. Il ferro scorre e grida nel vuoto e nel silenzio. Spingo la copertura, è incomprensibilmente pesante. Sono bagnato di sudore, riesco finalmente a liberare qualche centimetro. Avvicino gli occhi, non si vede niente. Spingo ancora con tutta la forza. Ormai la bara è quasi aperta, ma il buio non esce, non scompare. La copertura cade in terra, avvicino una candela, entro con le braccia e con tutti i miei sensi accesi. Inutile, la bara è vuota. Stoker non esiste, non è qui dentro. Non posso avere immaginato tutto. Nella mia mente ora manca l’acqua, torna la paura. Devo uscire da questo posto impossibile.

Torno sul ponte, ritrovo l’aria perfetta della notte e l’uomo dai capelli blu che mi aspetta. Scendiamo nella barca, iniziamo ad allontanarci dal Demeter. La luna accende pezzi di mare, strisce e cerchi. Il mare è cambiato, il mare ora è rosso. Lascio scendere la mia mano destra in acqua, capisco che è sangue. Il mare non è rosso, non è denso, non ha l’odore di fiori dolci. L’uomo dai capelli blu di fronte a me sorride e replica subito ai miei pensieri senza corrente: -Hai fatto uscire il maestro vero?- Kieran mi aspetta sulla spiaggia. Gli vado subito incontro, voglio raccontargli cosa è successo sul Demeter. Ma lui mi mette una mano sulla bocca, non vuole che parli. Si avvicina al mio orecchio e con una nuova voce mi sussurra: -Grazie di avermi liberato giornalista-




sabato 15 gennaio 2011

Post Mortem con Edgar Allan Poe







Ryan’s Tavern- Baltimora parallela
Intervista con Edgar Allan Poe
(Boston 1809- Baltimora 1849)


Circa un mese fa, durante l’intervista nella sezione 57 dell’Inferno, Lovecraft mi rivelò il segreto per incontrare Edgar Allan Poe. Ho seguito le arcane indicazioni del maestro, ora mi trovo al cimitero della chiesa presbiteriana di Westminister Burying Ground, a Baltimora. E’ il 23 ottobre, stanotte sarà luna piena. Come mi era stato suggerito lascio sulla tomba di Poe una mezza bottiglia di cognac e tre rose rosse. Una parte del cognac è già finito da tempo nella mia circolazione. Fa freddo, sento i passi dell’oceano e i tentacoli dell’umidità stringere le gambe. Devo andarmene, supero il torace di una quercia, il cancello e le sue magre torri.

Sono fuori, solo qualche metro e l’ossigeno sembra già diverso, la realtà si muove di nuovo. Prendo il primo taxi per tornare al mio albergo in Lombard street. Aspetto a lungo, la pareti della mia camera si animano di strane figure proiettate dalla mia mente eccitata. Si curvano e si piegano verso di me, lasciandomi giusto uno spazio fetale. Ma non accade nulla di strano in realtà, è notte e la luna accende i suoi crateri. Comincio a pensare che sia tutto inutile, che sto perdendo tempo. Poi il corvo appare davvero, dietro alla finestra proprio come mi aveva detto Lovecraft. Corro subito in strada e seguo il volo curvato dell’animale, che ogni tanto rallenta per aspettarmi. Ho paura di perderlo, lascio a lungo gli occhi verso il cielo e i muscoli del collo così tesi da poter scagliare una freccia.




Il corvo sparisce improvvisamente, abbasso la testa e mi guardo intorno stupito. Sparita la strada, i palazzi, la città intera. E’ tutto bianco, senza colori. Le linee e la materia sono invisibili, devo muovermi perché stando fermo affondo lentamente in una specie di colla trasparente. Mi accorgo che non esiste più la Baltimora che mi conteneva fino a pochi minuti fa. E’ quel corvo ad avermi voluto dove mi trovo in questo momento. Davanti al Ryan’s Saloon in una Baltimora parallela. L’unico edificio esistente per i miei sensi in un mare di niente. Conosco quel posto, è dove Poe fu trovato in fin di vita in circostanze misteriose. Sarebbe morto in ospedale pochi giorni dopo. Controllo, il mio taccuino è al suo posto nella tasca della giacca, mi faccio forza, devo entrare. Il locale è vuoto, non ci sono finestre. Trovo Poe seduto ad un tavolo, davanti a due bicchieri e alla mia bottiglia di cognac. E’ lui a iniziare:

Sulla Terra non potevo permettermi spesso il cognac. Prego, siediti. Cosa cerchi qui

Vorrei farle alcune domande, una piccola intervista.


Un giornalista? Bene, fai pure. Hai tempo finchè avrò da bere. La regola del Ryan’s è questa. Da dove vieni?

Dall’ Italia. Approfitto per iniziare proprio da questo. Lei è stato uno dei primi a recensire I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, offrendo anche un giudizio estremamente positivo. E’ stato ispirato da questa opera il suo racconto “La Maschera della Morte Rossa” ? La peste, l’Italia come scenario…

I promessi sposi, ricordo bene. Un romanzo di grande realismo e potenza espressiva per l’epoca. Una attenta ricerca sui caratteri dei posti, delle gente comune. Un ottimo lavoro dell’autore tra archivi e testimonianze. Peccato per la traduzione. La Regina Peste in persona ha ispirato il mio racconto, come ha fatto anche con Manzoni e altri scrittori, come Defoe. Tornando indietro nel tempo grazie a Tucidide possiamo leggere della peste ad Atene. La venuta della Regina è stata interpretata dalla letteratura in molti modi, una punizione morale per l’andamento sociale, un manifesto dell’indifferenza dell’uomo. Oppure può rappresentare l’ineluttabilità del destino. Il nostro destino è rosso, come il sangue.

Molti critici sostengono che i suoi racconti siano situati al di fuori di ogni dimensione temporale e storico-sociale. I protagonisti non sembrano figure reali ma delle ombre che si muovono sulla scena. E’ una precisa scelta o è un limite? Qualcuno è arrivato ad avvicinarla al surrealismo.




Non concordo con questa visione. Questo significherebbe togliere senza dubbio ogni valenza simbolica e allegorica ai personaggi e alle storie. Non è così. Ti faccio un facile esempio, ne “Il Pozzo e il Pendolo” il contesto storico-sociale è ben definito, anzi è lo scheletro e l’anima del racconto stesso. Siamo in età napoleonica, l’oscurantismo dell’ inquisizione spagnola che tenta di imprigionare nel buio la ragione, l’eretico illuminista protagonista della vicenda condannato a ripudiare i suoi ideali. A vivere per sempre nel buio, nell’ignoranza.


Lei ha scritto molti racconti ma un solo romanzo, la “Storia di Arthur Gordon Pymm”. Quale è il motivo? Non crede nella formula del romanzo o non ha avuto il tempo per poter definire la sua produzione in modo diverso?

La risposta non è certo nel tempo, ma puoi trovarla nel mio saggio “Filosofia della composizione”, dove teorizzo la supremazia del racconto breve sul romanzo, che non consente di mantenere elevata la tensione del lettore. Per fare ciò occorre indurre uno stato di frenesia creata con l’alternanza tra il delirio e l’angoscia. E’ un gioco psicologico che fa versare nell’animo del lettore le ossessioni dei personaggi. Un incubo a occhi aperti che per rimanere vivo non può durare troppo a lungo. Scrissi Arthur Gordon Pymm ispirato dai racconti del mio amico Jeremiah Reynolds. Le sua spedizione al Polo sud per cercare l’accesso verso il centro della terra. Le cavità di Symmes, forse ne ha sentito parlare. Comunque storie affascinanti, sicuramente ricche di cognac

(il maestro continua a bere, la bottiglia sta velocemente finendo, dovrò continuare in fretta)


“I delitti della Rue Morgue” è considerato il primo racconto poliziesco della storia della letteratura. Come ha creato il personaggio di Charles Auguste Dupin?

Dupin è nato dalla ideale contrapposizione con le scarse capacità deduttive della polizia burocratica della mia epoca e con i metodi poco ortodossi della celebre e pittoresca figura di Francois Vidocq, ladro, capo della polizia e infine investigatore privato. Dupin è la logica, presenta ed espone fatti e ipotesi, lasciando condividere al lettore il suo percorso geometrico nel caos delle apparenze.


Nelle sue opere è presente una magia collocata nella realtà effettiva e non sottoposta alle dimensioni soprannaturali che la evocano. Per la sua narrativa è dunque lecito parlare di realismo magico?

Non occorre interpellare medium o stregoni, ma osservare in profondità il reale. E’ l’intelligenza che deve misurarsi con gli abissi che percorrono la storia della nostra coscienza del mistero e dell’ignoto. L'irrazionale, o come dici tu il “magico”, è legato ai limiti e alle ossessioni di una razionalità in crisi che gioca e soffre con la propria inadeguatezza.


Uscendo dal magico, “L’uomo della folla” è un racconto che non contiene alcun elemento del soprannaturale o traccia dell’orrore e del mistero descritto in altre storie. E’ una storia “probabile” che anticipa alcuni temi delle realtà metropolitana moderna. Come nasce?

Dalla semplice osservazione. La grande città caotica e convulsa, che con la sua folla variegata e anonima è incapace di comunicare con il soggetto. La lenta produzione dell’alienazione dell’uomo, della deprivazione di vere finalità nelle azioni e nei rapporti collettivi. L'uomo della folla è paralizzato dalla anonimia che sembra proteggerlo in mezzo a molti, ma in realtà gli impedisce di esprimersi. E’ Londra, è qualsiasi posto in fondo

(E’ rimasto un solo bicchiere di cognac, su Poe inizia a cadere una pioggia di piccoli oggetti luminosi. Sono blu e azzurri, sembrano attraversarlo e poi sparire. Mi accorgo che il posto dove ci troviamo si sta lentamente sgretolando, lasciando sempre più spazio al deserto bianco che ci circonda)


Lei ha interpretato spesso in pubblico il suo noto poema “Il Corvo”, creando forti suggestioni. Quale è il segreto del successo immediato di quest’opera?

Amico mio, esiste un linguaggio emotivo universale, ci sono cose che comprendiamo tutti con immediatezza. Tra queste vi è la bellezza, che nel suo supremo sviluppo penetra facilmente in tutti i cuori e nel fondo delle anime. La tristezza è la più alta manifestazione della bellezza, e con lei si allea facilmente la morte. Per questo il Corvo è compreso da tutti. Tutti conosciamo l’amore perduto, abbiamo osservato la bellezza volare via. Spesso non esiste una risposta, ma ci affidiamo all’oscuro masochismo di continuare a cercarla per sempre. Nella poesia, come nella narrativa, il motore di tutto non è l’ispirazione o l’intuizione estatica, ma il metodo. La composizione è in realtà un problema matematico. Si tratta di creare, sostenere e variare lo stato d’animo del lettore. Solo in questo modo possiamo davvero trovare tante orecchie per le nostri pensieri. Il successo, come dici tu


Il suo ultimo poema Annabel Lee viene pubblicato su un giornale di New York, poche ore dopo la sua morte. In molti altri casi, il Corvo, la Caduta della Casa Usher, la sua produzione letteraria ha anticipato i suoi drammi personali. Nelle sue opere si può affermare che è ricorrente una continua sfida alla morte?

Tutta la letteratura, in qualche modo, è una sfida alla morte. Un tentativo di interrompere lo scorrere del tempo, congelarlo sulla carta. Andando più avanti significa oltrepassare il confine tra due mondi lontani e vicinissimi, la vita e la morte. Una terra di nessuno di pochi metri, in cui si muovono e si incontrano l’autodistruzione e gli spettri del passato. Più che una sfida dunque, ho cercato di raccontare viaggi e incontri dove le due realtà per pochi istanti si sovrappongono. Basta trovare le porte giuste.


Una domanda che non posso dimenticare di fare. Può svelarci il mistero della sua morte? E’ stato ritrovato davanti a questo locale in gravi condizioni, sarebbe morto pochi giorni dopo. Sono state prodotte tantissime ipotesi su questa storia Cosa è successo davvero?

Mi dispiace, come vede il cognac ora è finito. Temo dovrà andarsene.


Ho ancora tante domande da farle, potremo rivederci?

Mai più. E’ la regola del Ryan’s


Per un momento il maestro sembra sorridere, poi si sgretola rapidamente anche lui come ha già fatto tutto intorno a noi. Le pareti sono chilometri di nulla, il pavimento torna a inghiottirmi con i suoi atomi di colla trasparente. Non riesco più a muovermi, alzo gli occhi per guardare se esiste una specie di cielo qui. E’ impressionante, vedo solo un gigantesco specchio sospeso a pochi centimetri dalla mia fronte. Posso vedere i miei occhi, la bocca aperta, i dettagli della mia meraviglia. Allungo il braccio per toccarlo, vedo invece alzarsi un' ala nera. E’ la mia, posso muoverla e distenderla, una sensazione incredibile. Guardo di nuovo il grande specchio sopra di me, riflette le sfumature di metallo delle mie piume e il geometrico e imponente becco di un corvo. I miei pensieri si trasformano. Non importa cosa vedo, non importa cosa sono diventato. Ho solo voglia di volare via. Lancio il mio leggero scheletro in orizzontale, prendo velocità lungo il deserto bianco che scorre sotto la mia pancia. Chiudo gli occhi e volo con tutta la forza verso un orizzonte che non vedo. Passano diversi secondi, aspetto a riaprire gli occhi. Il vento mi sposta a destra e sinistra, vado avanti senza nessuna paura.


Poi sento di nuovo l’odore della notte, i rumori della città. Posso guardare di nuovo, Baltimora è sotto di me con i palazzi e i serpenti d’oro sulle strade. Centinaia di colori diversi finalmente si riaccendono, riesco a vederne infinitamente di più che nella mia dimensione umana. Trovo il mio albergo, mi poso sulla finestra della stanza. Dentro ci sono ancora io, seduto sul letto ad aspettare con la mia vecchia giacca blu e la barba lunga. La luna inizia a brillare con il suo sangue d’argento, è uno spettacolo bellissimo che cattura i miei occhi così primitivi. Una nuvola scura passa davanti e taglia una fetta di luce. Mi giro di nuovo verso la finestra, sono improvvisamente dentro ora. Il vetro mi divide dalla notte. Vedo un corvo volare via, so che stavolta non dovrò seguirlo. Controllo nella giacca, per fortuna non ho perso il mio taccuino. Poe vi ha lasciato un messaggio all’interno, non so come abbia fatto. Ora potrò scrivere questa straordinaria intervista.







venerdì 14 gennaio 2011

Post Mortem con H.P. Lovecraft





Inferno - Sezione 57
Intervista con Howard Phillip Lovecraft
(Providence 1890-1937)

Mi trovo nell'appartamento all'inferno di H.P.Lovecraft, nell'area ovest. Il maestro è seduto su una poltrona blu circondato da grandi blocchi di ghiaccio. Mi dicono che questo è un trattamento riservato agli ospiti più importanti. Il guardiano dalla pancia rossa annuncia la mia presenza con voce gutturale e arcana. Mi avvicino, gli occhi del maestro continuano a guardare altrove, certamente a qualche miliardo di chilometri. Non vedo nessuna sedia nel grande salone. Capisco che dovrò intervistarlo in piedi, oppure sedere su uno dei blocchi di ghiaccio. Le pareti sono vuote, sembrano vibrare impercettibilmente. Avvicino le dita per sfiorarle, penetrano per metà in qualcosa di simile a nebbia fredda. Uno strano specchio nero sul soffitto cattura solo il colore bianco. I miei denti, i miei occhi. Il guardiano ci lascia soli allontanandosi ridacchiando tra i pochi denti rimasti. Il maestro non indossa nulla, il suo aspetto suggerisce un corpo di circa trentacinque anni. Lo stesso viso di una sua vecchia foto, con un gatto in braccio davanti al camino. Solo le sue mani sembrano possedere i centoventi anni della nostra cronologia terrestre. Si accorge che le sto fissando, non gli fa piacere. E' il momento di farmi forte, di iniziare

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