giovedì 20 dicembre 2012

Arona & Serra: Yesterday Was 2012: Vision 5

 
 
 
Ultima puntata per Yesterday Was 2012, non poteva essere altrimenti, domani, 21 dicembre 2012, si materializzerà la fine del mondo. Vedremo se le visioni e gli obiettivi alchemici di Daniele Serra e Danilo Arona, che hanno accompagnato questo progetto artistico seriale, saranno riuscite davvero a mettere a fuoco, "il momento", a fotografare  le arcane conseguenze, se ne saremo testimoni. Più o meno. Nell'attesa, in questa Vision 5 sarà svelata l'ultima intepretazione di Daniele Serra, e il gran finale del racconto "Il Collassatore" di Danilo Arona. Per chi non ha viaggiato con noi nelle precedenti puntate, qui trovate i links: Vision 1  Vision 2   Vision 3   Vision 4.

 
 
 
 
In quest'ultima puntata, il telescopio magico di Daniele Serra non sarà orientato sulle macerie  delle grandi opere architettoniche moderne e contemporanee, e sulle loro  lovecraftiane e gigheriane mutazioni, come siete stati abituati dalle precedenti Visions. Stavolta dalle forme e dalle filosofie di Hadid, Gehry, Nouvel, Calatrava, che abbiamo ammirato trasformarsi e animarsi, il telescopio di Serra è stato riprogrammato, ha cercato di catturare "il momento" per eccellenza, la fine del nostro pianeta che arriva con le sue grandi e fredde acque, appena qualche secondo prima rispetto al countdown ufficiale. Ma scopriamo cosa ha visto e cosa ci ha documentato con i suoi colori Daniele Serra. Subito dopo calerà finalmente il sipario sulla "verità" del Collassatore, il racconto inedito di Danilo Arona che finora ci ha trasportato in angoli remoti e oscuri, dove la visione si fonde con la realtà, creando un labirinto denso e impenetrabile.
 
 
 
 
 
 
 
Acceso il telescopio magico, ecco cosa ha visto Daniele Serra: Il Cavallo di New York. Dall'arte e dall'architettura questa ultima illustrazione dedicata a Yesterday Was 2012 esplora il pianeta con una nuova lente ucronica, svelandoci un mondo parallelo dove la società umana torna a una sorta di neopaganesimo, non riuscendo a darsi risposta, pur disponendo delle tecnologie e conoscenze più avanzate, a trovare soluzioni per fermare l'onda inarrestabile della fine del mondo. A comprenderne il senso, il perchè, con i deboli strumenti della scienza e della logica. Daniele Serra interpreta questa ucronica New York come nuova Ilio, o meglio come una post-Ilio; uomini e sacerdoti non affrontano stavolta Achille e l'esercito di Agamennone, non si tratta dell'omerico assedio. La scienza, la tecnologia, aruspici postmoderni, hanno rivelato la realtà, l'arrivo della fine del mondo, precisando data e ora, senza però offrire o suggerire una via di scampo possibile. L'ultima decisione, mentre il rumore della fine si fa sempre più forte, è quella di costruire un dono per il dio del mare, Poseidone, per placare la sua incomprensibile rabbia. I cittadini di New York costruiscono così un enorme cavallo con leghe e metalli a noi sconosciuti, ma non è il cavallo ideato dall'ingegnoso Ulisse, la pancia tavolta è vuota di uomini e armi, ma piena di speranze. E' intorno al Cavallo di New York che si raccoglie la gente, per pregare, per ritrovare un dialogo con divinità dimenticate, un rapporto con lo sconosciuto, con l'ignoto che ha di nuovo alzato la voce. Ma vediamo come ha interpretato Daniele Serra questa ucronica e mistica visione:
 
 
 
 
 
 
Rispetto alla precedenti illustrazioni dedicate a Yesterday Was 2012,  nel Cavallo di New York torna il colore, che lentamente era sparito lasciando lo spazio al bianco e nero, e a qualche rosso scuro del mondo post 2012 finora inquadrato dal telescopio di Serra. Ma i colori, appena tornati, come vedete stanno già svanendo, la fine è arrivata e inizia a togliere il respiro a tutto. Sullo sfondo troviamo i protagonisti, la grande onda arrivata sulla città, dopo un lungo viaggio, e la sagoma del cavallo, della scultura religiosa che si staglia al centro dell'illustrazione quasi confondendosi nel corpo delle acque veloci che la stanno raggiungendo. Evidentemente i sacerdoti di questa città parallela hanno sbagliato qualcosa nelle loro predizioni, affidandosi a oracoli poco credibili. Il dono umano per Poseidone non è stato accettato, la grande onda non si è fermata e sta per cadere sul destino di questa New York dal cielo senza vita, animato da un colore etereo e apocalittico, che centrifuga il bianco, il nero e il rosso che hanno guidato le precedenti visioni di Serra. Sulla destra palazzi e grattacieli assistono stupiti, come la scienza, alla schiena immensa delle acque che si alza e si distende. Il gruppo degli uomini, che evidentemente confidava nel cavallo, ha ormai compreso l'ineluttabile, si allontana dal nuovo idolo, voltando la schiena alla fine, al Poesidone che li ha traditi nonostante i canti, i fuochi e i sacrifici. Una prospettiva difficile da interpretare, in tutti i sensi, ma che Daniele Serra è riuscito a costruire con i mattoni dell'ispirazione, che riescono a tenere in piedi anche l'impossibile. Una magnifica visione, originale e senza precedenti, per questa apocalisse parallela, con le sue macchie blu che contrastano il rosa della pelle umana e il rosso del sangue, distesi su tutta l'illutrazione, in attesa di surclassarli.
 
 
 
 
Veniamo ora alla seconda parte di questa Vision 5. Il protagonista è sempre Danilo Arona con il suo racconto inedito Il Collassatore. Come scoprirete leggendo questa ultima parte, della quale non svelo nulla, si definirà una interpretazione di "superstite" originale e inaspettata, ben oltre i tanti clichè che ci hanno tempestato a lungo, come infiniti meteoriti. Annoiandoci, alla fine. Nel Collassatore, dopo aver percorso,nelle precedenti puntate, corridoi narrativi senza uscita, con la esile consapevolezza di aver compreso il pensiero narrativo dell'autore, i segreti del suo labirinto onirico, per poi facilmente smarrire le certezze dopo qualche riga, il sipario lentamente si alza, mostrandoci le scarpe, le gambe, poi il busto e il viso di una storia che tocca trasversalmente molti temi, superando infine il semplice scenario apocalittico che fa da grande perno del racconto.Chi conosce le opere di Danilo Arona, ritroverà storie e fantasmi ben noti, che animeranno improvvisamente questro gran finale. Ma dire di più significherebbe rovinarvi la sopresa; lascio a Danilo Arona, ai suoi tempi narrativi, ai suoi arcani specchi, darvi la risposta che cercate, o forse qualcos'altro...Buona lettura.
 
 
 
 
 
 
 
Quando il mondo girava per il suo giusto verso, le alture e le campagne della bassa verso le quali mi stavo dirigendo offrivano spesso e volentieri visioni di case in macerie, lugubri ricettacoli di antiche paure solo perché l'uomo da tempo le aveva abbandonate. Erano quei luoghi che il folclore definiva “maledetti”, legati alla presenza, appunto notturna, degli spettri di coloro che vi erano periti. Quei luoghi un tempo avevano rappresentato l'eccezione. Dieci anni dopo erano divenuti la regola. Erano tutti maledetti. Avrei dormito in qualche campo. Peccato che ovunque l'erba  fosse altissima. Sì, lo so, più sopra ho scritto “no fantasmi”. Ma più che altro si trattava di un augurio.
 
La notte mi colse alla periferia di San Pellegrino Terme.  Conteggiando Carona come punto ideale di partenza, avevo percorso sempre scendendo una trentina di chilometri. Più che seguire il tragitto dell'antica statale, che spesso scompariva per poi riapparire qualche chilometro in più, avevo costeggiato il Brembo alla mia destra, constatando che in molti punti il fiume era fuoriuscito dal suo letto allagando campi e mutando quelle geografie di cui non conservavo che uno sbiaditissimo ricordo.
Riconobbi la cittadina termale per le parodie surreali degli alberghi, strutture devastate da una sorta di cancro della materia che lì per lì non sapevo spiegarmi, e per l'antico viale d'ingresso di fianco al fiume, in piccola parte preservato dalle incurie del decennio. Scorsi una panchina intera e decisi, valutando le opzioni, di trascorrere lì la notte. La faccenda continuava a non allettarmi e di certo non avrei chiuso occhio, ma nessun edificio grande e piccolo, di quelli che entravano nel mio campo visivo, offriva garanzie minime di sicurezza. Porte e finestre non esistevano più. Animali, infidi e spaventati da un'inusuale presenza umana (come dar loro torto?), guizzavano di tanto in tanto  tra i ruderi, provocando un inquietante rumore di vita clandestina. Cazzo, loro ce l'avevano fatta, erano sopravvissuti. Prima che il buio prendesse il pieno possesso del paesaggio, riuscii a scorgere grossi gatti selvatici, nutrie, ratti che parevano porcellini d'India e grandi uccelli in volo, per quel che ne capivo falchi e avvoltoi. Le bestie a terra mi stavano lontano, quelle per aria non mi filavano per nulla. Poi arrivarono i pipistrelli. A decine, Cristo santo. Ma non ce l'avevano di certo con me. Cercavano solo da mangiare. Ma così tanti assieme non li avevo mai visti.

Quando il buio fu pesto e totale, sperimentai l'angoscia del sepolto vivo. Uno che  si risveglia in una bara, finito lì dentro per morte apparente. Robe da Medio Evo, ma incubo genetico del genere umano almeno sino al giorno dell'Evento. Uno che sarebbe morto soffocato, ma che nel frattempo avrebbe sperimentato ogni forma di terrore, perché chiuso là dentro nell'oscurità quintessenziale. Il buio che calò sul mondo e su San Pellegrino Terme era così. Un muro di pece. Sì, sulla mia perpendicolare le stelle non mancavano, vibranti come lucciole. E chissà quante di loro ancora vive. Ma la luna non si vedeva. E in compenso l'oscurità mi portava mille insopportabili rumori. Primo fra tutti, quello delle ali battenti dei pipistrelli a volo radente.
 
 
Avrei giurato che non sarei riuscito a dormire. Invece, utilizzato lo zaino come cuscino, mi lasciai ghermire da un sonno profondo e senza sogni. Attaccabile da ogni lato oscuro e da qualsiasi genere di animale, zombie o fantasma della mente. Non mi attaccò nessuno. Non c'era più nessuno.
 
Quando mi svegliai, percepii una luce sporca in cielo. E in pochi secondi gli occhi misero a fuoco altri stormi di uccelli rapaci, falchi o piccole aquile, che planavano in direzione del Brembo. Mi alzai, mi rimisi lo zaino in spalle e raggiunsi proprio il fiume per darmi una risciacquata e riempire le mie due taniche. Non so quale rischio correvo, ma di certo l'acqua appariva rugginosa e sapeva di ferro. Però vedevo dei pesci volteggiare più sotto, segno che la vita non aveva abbandonato il fiume che nasceva ai piedi del Pizzo del Diavolo, dalle cui parti avevo soggiornato per tutto quel tempo. Lassù in qualche modo l'energia della terra che non voleva arrendersi alla morte aveva prevalso.

Mi rimisi in cammino. A Milano mancavano una settantina di chilometri. Con il mio passo e il mio scarso grado di allenamento voleva dire due giorni di marcia.
Passai attraverso memorie impolverate di paesi, cittadine, scheletri isolati nelle campagne trasformate in foreste, senza mai perdere di vista il fiume alla mia destra Alla sera, quando la luce iniziava a mutare, entrai, credo, a Brembate. Ed ero sceso ancora. 
Siccome la vicinanza dell'acqua in qualche modo misterioso mi tranquillizzava, decisi che per la notte incombente mi sarei fermato di nuovo all'addiaccio sdraiandomi vicino alla spalletta di un ponte di ferro arrugginito che sovrastava il Brembo. Ma in pochi secondi mi resi conto che le arcate erano in buona parte divorate dalle spore della muffa e tutto il ponte si presentava all'occhio non distratto (forse l'unico occhio vivente di una zona non quantificabile...) come sghembo e deformato sul punto di crollare giù. Che razza di beffa sarebbe stata quella di sopravvivere per dieci anni alla piaga degli zombie (che pensavo davvero che fosse finita), per andarmene a morire travolto dalle tubature in fase di contrazione su sé stesse. Allora mi spostai sino a una piazza attigua dove si riconoscevano i resti di una chiesa tutta scoperchiata con accanto un troncone di campanile che si arrestava, perfettamente tagliato in diagonale, all'altezza di un orologio privo di lancette.  E mi lasciai andare su quel che restava di una piccola gradinata.  Ripetendomi, la notte stava per scacciare di nuovo la luce. Mi liberai dello zaino, mangiai un paio di radici essiccate di pino e bevvi un po' d'acqua del Brembo. Poi cercai con gli occhi gli araldi volanti del buio, ma non ne vidi neppure uno. Di contro il cielo grigioscuro  era invaso dai gabbiani. E nelle mie narici entrò di prepotenza un profumo di salmastro. Certo, alterato e con una sottotraccia di marcio liquame, ma inconfondibile nella sua sgradevolezza. Attribuii al Brembo l'origine di quella puzza e, se non ricordavo male, i gabbiani si spingevano già nell'interno lombardo mesi e mesi prima dell'Evento. Si adattavano alla civiltà dei rifiuti in tempo di pace. Adesso che il mondo si era trasformato in un'immensa discarica in molte zone dovevano avere preso il sopravvento. Strano che a San Pellegrino Terme non ne avessi avvistato neppure uno. Invece a Brembate quel che restava dell'asfalto e degli edifici appariva uniformemente ricoperto dal guano degli uccelli marini. Che apparivano come i gabbiani di sempre
 
 


Non fu un sonno ristoratore. Non fu neppure un sonno a esseri sinceri. Il mio io cosciente se ne stava sempre all'erta. Ero partito dalla baita convinto che sul serio che gli zombie si fossero estinti per autofagia, ma in quel momento complice la notte tante convinzioni traballavano. Per di più il fiume, poco distante, sussurrava. Snocciolava liquide parole, la maggior parte incomprensibili. Altre che risuonavano in ordine illogico e sparso come: disgrazie onda fame alessandro vieni... Come poter dormire?

Me la filai da Brembate non appena il cielo propose l'appropinquarsi dell'aurora. Aleggiava in quel luogo ormai grigiastro qualcosa di ancor più sbagliato. Forse il ricordo lontano della morte più ingiusta. Presi un ritmo quasi forsennato di marcia, del tutto intenzionato a raggiungere Milano in giornata e con il sole ancora alto. Erano soltanto quaranta chilometri, per quel che ricordavo. In cinque o sei ore avrei dovuto farcela Dopo una ventina di minuti in una campagna che sapeva di cenere e di carne morta, mi vidi costretto ad abbandonare il letto discendente del Brembo per immettermi nel residuo distrutto dell'autostrada A4. Intanto il sole si alzava come sempre. E illuminò al suo meglio una versione dell'inferno che non avrei mai sognato di riuscire a vedere da tanto vino. La geografia post-Evento di un'autostrada italiana. Arrugginite e angoscianti sculture di un disastro che dieci anni d'immobilità vitale non erano riusciti a cancellare.

Non riuscivo a vederne la fine. Quel che restava dell'autostrada era ricoperto in ogni centimetro quadrato da una linea ininterrotta di carcasse annerite di veicoli abbandonati e distrutti. Di ogni tipo e dimensione, dai camper alle automobili, dalle corriere ai camion, dalle moto ai motorini. Un groviglio scheletrico e terribile da contemplare che testimoniava la fine di una civiltà basata sul consumismo e la velocità. Con l'evidente, ultima considerazione che la tecnologia non era riuscita a salvare niente e nessuno. Chissà com'erano andate veramente le cose? La gente aveva abbandonato i veicoli perché l'ingorgo era divenuto di colpo impossibile da gestire? Gli zombie avevano attaccato la gente alla guida? Un incidente ne aveva scatenati altri a catena e le vittime si erano rialzate maciullate com'erano per diffondere l'orrida fame tra le centinaia di poveracci in autostrada? Dieci anni dopo nulla in quel mostruoso ammasso di metallo poteva supportare una tesi a favore di un'altra. Niente si muoveva lì in mezzo, eppure quel chilometrico Junkyard emetteva un suono orripilante. Una sorta di vibrazione non immediatamente percepibile dall'udito, effetto forse del vento che s'infilava nelle tante intercapedini della rovina.

Percorsi di lato quell'incredibile teoria di rottami per una ventina di chilometri, impiegandoci all'incirca tre ore. Quando il sole si trovò allo zenit, mi pervase un senso di familiarità. Vedevo alla mia sinistra paesaggi che mi riportavano alla mente i più tipici paesini della Brianza, un tempo laboriosa e fiorente. E' incredibile, anche se detto da me suona banale, come il cervello umano riesca ad accantonare particolari ambientali da utilizzare magari dopo periodi di tempo inimmaginabili. Eppure funzionava così. E c'entrava l'inconscio, che andava a pescare nel pozzo giusto gli elementi indispensabili per guadagnare qualche metro in più verso la salvezza.
 
Almeno, quella che credevo tale.
 
 
 
 
In quella direzione, non avevo dubbi, si procedeva per località il cui solo nome infondeva allegria: Carugate, Brugherio, Cernusco sul Naviglio, Cologno Monzese. Ero praticamente arrivato. Riconoscevo quella bassa pianura, quei rimasugli di chiesette inzaccherate e di villette divorate dai rovi della flora selvatica, quelle inutili rotonde ora stipate di spore e marciume decomposto. Avrei dovuto gioirne in qualche modo, ma il cielo – sereno, ma di uno strano azzurro virante verso il cenere – era sempre più popolato di gabbiani. I loro versi striduli, un corale urlo aereo che induceva al panico, mi costrinse a valutarne il numero. Mi bloccai con il naso e gli occhi per aria. Non mi sentivo affatto in grado di capire quanti fossero.
 
Erano migliaia.
 
Proseguii. Persi la nozione del tempo e del percorso effettuato, L'aria salina mi seccava e mi spaccava le labbra. Nelle narici vorticava un disgustoso tanfo di pesce marcio. Sopra di me in volo gabbiani e cormorani.
Dopo una collinetta di materiali edili di risulta che mi costrinse a camminare lungo una stretta curva a gomito, lo vidi.
Lo vidi e caddi per terra.
E piansi. Ero arrivato al mare.
Ancor prima che a Milano.

Sì, dieci anni di solitudine post-apocalittica ti trasformano in un deficiente. Me ne stavo lì a piangere su quella spiaggia cinerea e non ancora non capivo. Quello, per quanto pesante e saturo di idrocarburi dispersi, era mare. Perché solo lui vedevo davanti a me, espanso per tutto il mio campo visivo. Indiscutibilmente mare, con orripilanti e mai visti pesci morti che marcivano sopra una strana sabbia color notte. Mare fino a dove si concedeva di essere guardato per effetto di una muraglia nebbiosa a chissà quanti chilometri da me, laggiù, sul fondo di un ipotetico orizzonte.

Mare, ma non solo. Perché i miei calcoli non erano affatto campati per aria. Quell'immane distesa di brodaglia salina era anche Milano.

Ne scorgevo la prova virtualmente tangibile.
Emergeva. A una distanza di circa 7-8 km.
Inconfondibile.
Riusciva ancora a farsi beffe del destino, degli Dei e della decretata fine di tutto.
La guglia “Spire” di Palazzo Garibaldi, altezza 230 metri, con tanto di antenna ben  solida al suo posto. Un numero ben conosciuto da ogni milanese che aveva seguito prima delle Trombe del Giudizio la demenziale querelle su quale edificio doveva aggiudicarsi la palma della costruzione più alta della metropoli.
Calcolando a spanne il riferimento che mi offriva la torre emergente, dovevo trovarmi dalle parti del quartiere della Bicocca. In soldoni, qualche piccola sacca della periferia nord forse si era salvata dall'avanzata del mare. Ma, per quel che ne intuivo, gli uomini erano spariti ben prima che la Val Padana fosse sommersa. In qualsiasi punto cardinale volgessi il mio sguardo non si percepiva traccia di umanità superstite. Vicino ai miei piedi, oltre ai pesci mutati, ecco alghe putride, macchie nere e pezzi arrugginiti di chissà quale metallo.

Che fare? Camminare lungo il bagnasciuga alla ricerca di non-sapevo-bene-cosa? Ma dove? A destra o a sinistra?
Mi sentivo stremato, in verità. Dovevo per forza stendermi da qualche parte e riposare per un po'. Se possibile, anche chiudere gli occhi. Dormire, insomma. Si può e si deve dormire anche nelle circostanze più tragiche. Ci riuscivano i poveri ebrei deportati nei campi di concentramento. O la gente torturata da inguardabili regimi che ancora resistevano prima dell'Evento. Le giovani vedove e le madri cui una sorte maligna aveva strappato un figlio o una figlia in giovane età. Tutti, prima o poi, per quanto si opponessero, cedevano al sonno.
E poi il buio si stava facendo strada. Intimorendomi da un lato ma restituendomi dall'altro la cognizione del tempo.
 

 
Decisi quindi di tornare indietro. Non di tanto. Giusto qualche centinaio di metri fino alla collinetta degli inerti. Prima di percorrere la curva rivelatrice, avevo infatti scorto in mezzo a un campo di erba altissima le rovine, abbastanza defilate dalla strada, di un centro divertimenti che in quell'altra vita chiamavano PlayCity, o qualcosa del genere. Ci avevo bighellonato una volta in compagnia di Emanuela durante una sera uggiosa e noiosa in cui non si sapeva proprio che fare e la nostra sterile storia andava scemando. Un altro, l'ennesimo, “non luogo” a base di biliardi, ping pong, videogame, bowling e altri giochi per adulti. Se non altro ci avrei trovato un rifugio per la notte.
Me lo ricordavo però circondato da case e casermoni condominiali. Adesso le abitazioni di un tempo apparivano franate su sé stesse. La materia, pietra o metallo che fosse, si era beccato un cancro in espansione. A meno di non pensare a qualche evento sismico che lassù in montagna non potevo aver sentito.
M'infilai in una sorta di dedalo di plexigas, plastica e ferraglia contorta. Non coltivando più la minima intenzione di procedere oltre (nella penombra davanti a me avevo colto il movimento di qualche inquietante roditore), oltrepassai una porta a vetri semidistrutta sulla quale ancora si riusciva a percepire la scritta “Black Sun”. Ovvero, il fantasma palpabile di un centro per abbronzatura artificiale. Speravo nella presenza di un lettino, di quelli che si usavano un tempo per l'abbronzatura totale.
Ne trovai giusto uno, annerito da un principio d'incendio e igienicamente da evitare. Ma mi sembrava abbastanza morbido e il luogo, per quanto squallido, era comunque un rifugio. Perché il buio, quello amniotico e totale, era ormai sceso e non potevo proprio più girovagare né fare lo schizzinoso. Infine, ripetendomi, dovevo dormire. Dovevo. A qualsiasi costo.

Il costo, già... Nel computo totale non avevo infilato un nuovo virus.  Ovvero, un incubo.  Non uno tanti incubi del decennio, più o meno terrificanti  o presaghi. No, quello iniziale, il Collassatore per definizione e con la maiuscola, la ragazza investita in autostrada che, poi per quanto sbriciolata, riusciva ad alzarsi e non so come.
Perché ne sono certo?
Perché fu annunciato.
Dalle vuvuzele.
Le udivo ma non ululavano dentro il sogno come da logica onirica. Il loro urlo proveniva da fuori. Dal mare. Ne ero certo. In sottotraccia all'orrido suono si udiva netto lo sciabordio dell'onda.
Poi il sogno partiva.
Ed era lui, quello che aveva annunciato la Fine. Né più né meno,
La bionda con il giubbotto rosso che compariva al centro strada attendendo l'impatto al quale si era predestinata. Io che la centravo ai 200 orari. Che bloccavo l'auto, che scendevo e per prima cosa andavo a controllare i danni sulla carrozzeria. E poi andavo là dietro per vedere. L'ho già descritta, non è il caso di ritornarci. Ma ecco il particolare nuovo.
 
 
 
 
Mi avvicinavo a quel fantoccio spappolato, ma non ero solo.
Vi avvicinavate anche voi pazienti 1 e 2 e 3 e 4. E, più diminuiva la distanza tra voi e la bionda col giubbetto rosso (lei come ve la ricordavate da intera), più aumentava il vostro tremore.
Cristo santo, l'avevamo sognata tutti. Medico, pazienti stesi sul lettino, persino Emanuela. Chissà quanti dalla Val Brembana alla Cina. E nessuno che aveva saputo decodificare il finale dell'incubo condiviso: ovvero, quando ci ritrovavamo tutti quanti assieme a un metro da quel torso con la bocca spalancata e troppo larga, ecco il torso che si alzava e che ringhiava.
Quella cosa, sfidando persino le regole degli incubi, voleva morderci.

Che voleva dire quella condivisione visualizzata dopo dieci anni di solitudine? Avrei incontrato finalmente qualcuno come me? Un superstite autentico e non un mangiavivi?
Dovevo svegliarmi. Mi obbligava a farlo il Suono, sempre più invadente e fastidioso, e la vescica tanto piena da far male.
Spalancai gli occhi lanciando un piccolo urlo liberatorio. Quindi mi buttai giù dal letto e pisciai in un angolo lì vicino. Tanto in quell'albergo a cinque stelle non ci avrei più messo piede.
Mi ripresi la borsa e uscii fuori dalle rovine del “Black Sun”. La mente in tumulto e il cuore che pompava a mille. Perché le vuvuzele non avevano smesso affatto di suonare con la fine dell'incubo. Vibravano nel mondo reale. Come nel giorno in cui tutto ebbe inizio. Annunciato da mesi e mesi di suoni inspiegabili del cielo in ogni parte del mondo, il Suono era divenuto la sintesi di tutti. Una risonanza spaventosa e insopportabile che avevo personalmente battezzato “vuvuzele”, perché il Suono mi ricordava proprio quelle ignobili trombette africane, assordanti e a loro modo inquietanti, ininterrotte e spaccatimpani, che sulla soglia della sopportazione uditiva si portavano dentro qualcosa di demoniaco. In Europa le avevamo conosciute per colpa, o per merito, dei campionati mondiali di calcio del 2010, quelli che si tennero in Sudafrica e durante i quali un sacco di persone si lacerarono le trachee soffiando in quegli aggeggi infernali.
Suonavano adesso, provenivano dal mare e mi davano la sveglia.
Dopo dieci anni tornavano le Trombe del Giudizio.
 
 
 
 
Qual era il senso?
Schizzai fuori dal PlayCity e mi feci di nuova strada, a fatica, in mezzo all'erba altissima e soffocante. Raggiunsi la collinetta dei rifiuti mentre il Suono aumentava la sua intensità. Scivolai, mi rialzai con un ginocchio sbucciato e superai la curva, divorato dall'ansia spasmodica di vedere quali sorprese mi riservava la visione del mare.

Vidi.

E in un secondo, forse due, capii il meccanismo dei Virus Collassatori. Assaporando la Quintessenza dell'Apocalisse. Con gli sfinteri pietrificati dal terrore. Quello che non si può spiegare. Perché non appartiene alla Materia.
 
Non so se l'ho già scritto, ma la giornata, per quel che si mostrava a me sui confini di una Milano sommersa, appariva limpida. La palla giallastra del sole e un cielo azzurro con nuvole isolate, categoria cumulonembi, che si spostavano veloci. Stagione primaverile, per quanto post-apocalittica. Perché, questo sono certo di averlo già riportato, doveva essere il mese di aprile.
Il mare no. Il mare viveva in una dimensione tutta sua. Fuori dalla condizione climatica predominante. Era nero come in una vecchissima canzone di Lucio Battisti. Nero con delle increspature spumeggianti che parevano sperma.
Soltanto poche ore prima una brodaglia verdastra ma pur sempre riconoscibile come mare per l'odore e per i pesci morti buttati sulla sabbia dalle onde.
Oggi una visione da incubo, quasi come uno schermo sul quale si stava proiettando il frammento di un altro mondo che non pareva neppure la Terra (eppure laggiù si scorgeva ancora, a malapena, la guglia di Palazzo Garibaldi, una di tremolante Fata Morgana vomitata dalla Tenebra). Un mare senza la periodica onda, per giunta.
 
 

 
E a pochi metri dalla riva ecco la barca, sballottata qua e là dal ribollio dell'orrido liquido nero.
La barca dell'incubo. Con ammassi cadaverici all'interno. Un uomo sulla destra e una figura incappucciata a sinistra che tendeva in avanti impressionanti braccia scheletriche.
E, appunto, capii.

E come capii, collassai anch'io in quell'incubo. In quell'altro possibile universo. Mi sentii come risucchiato in direzione della barca. E, per un fisiologico meccanismo di difesa, chiusi gli occhi mentre il rombo delle vuvuzele diventava ancora più forte.
Quando li riaprii, stavo là sopra.
Ero quell'uomo. Dondolavo nella piccola imbarcazione, circondato da corpi in decomposizione. Davanti a me, sul lato opposto, la Donna Nera. Avanzava con lentezza. Pareva un monaco del Medio Evo con un buco nero al posto della faccia. Unici dettagli a identificarla, le braccia e le mani. Pelle gommosa che si staccava dalle ossa. Ma dal buco nero la parodia di una voce che rilasciava, come l'esalazione di un moribondo, parole che temevo.
Alessandro, finalmente sei venuto!
E il Suono si ampliò spaccandomi le orecchie.
E la Donna Nera avanzò.
E io non volli più saperne. Di nulla. Mi buttai fuori dalla barca, a capofitto nel limo nero. All'apparenza per salvarmi. Forse solo per morire e chiuderla lì.

Purtroppo non mi salvai ma neppure morii.

Qualcuno continuava a sognare nel mondo. Prima conseguenza, peraltro auspicata: non ero solo. Chi sognava, emetteva nella Tanatosfera i sogni che si propagavano per contagio. Ogni sogno costituiva un frammento del Tutto. Coerenza quantistica: la mia realtà percepita era l'aggregazione di tutti i sogni condivisi con il timone dominante del mio ricorrente.
Ovvero, la Donna Nera.

Chi era la Donna Nera?
Dentro il liquido amniotico dello stesso colore in cui mi dibattei per svariati secondi prima di essere ricacciato sulla sabbia quasi a calci in culo (mi piacerebbe sapere da chi, ma non sono in grado di dirlo...), ebbi quest'intuizione. Che non so da dove provenga. Da me stesso o da qualcun altro che, in Manciuria o a New York, è stato vittima come me del contagio onirico. Chi lo sa? Dopo dieci anni vissuti così, non possono esistere più certezze. Forse i mangiavivi non sono mai esistiti. Li abbiamo sognati e li abbiamo resi reali. Forse. Comunque lei si chiamava Melissa. E fece proprio quella fine. Molto tempo prima delle Trombe del Giudizio. In troppi la sognarono. Qualcuno tra costoro volle vederci chiaro. Capire come mai un torso con una bocca attaccata potesse rialzarsi dal fondo stradale e mordere voracemente il prossimo. Costui trovò il passaggio tra gli universi paralleli e, muovendosi tra i sogni condivisi, arrivò a lei. La ricompose e poi la trasportò nel suo laboratorio. Perché voleva estrarre da quel corpo onirico la spora fisica che avrebbe trasformato il genere umano in un esercito di mangiavivi.

Ma, soprattutto, Melissa era la Paziente Zero.




Riaprii gli occhi.
Il mio corpo era stato gettato sulla riva, tra le alghe e i pesci mostruosi.  Laidamente ricoperto di materiale vischioso e nerastro a riprova della coerenza fisica degli incubi condivisi. Ma il mare era tornato a presentarsi normale, brodoso e denso come il giorno precedente. E le migliaia di trombette africane avevano per fortuna smesso di suonare.
Mi portai una mano alle orecchie. Sanguinavano, altra coerenza fisica che mi fece incazzare. Il mondo a dieci anni dall'Evento, ma soprattutto il mondo giù in pianura, cominciava seriamente a starmi sui coglioni. La sensazione di essermi infilato in trappola da solo, quanto meno di avere peggiorato di troppo la mia condizione di sopravvissuto, mi bruciava dentro come una consapevolezza ineludibile. Tirai fuori dalla sacca una bella radice di pino da masticare. Per calmare il sistema gastrointestinale e svuotarmi la mente per qualche minuto. Ci riuscii, mi calmai. E conclusi quella piccola seduta di training autogeno bevendo una generosa dose di acqua del Brembo. Con alcune certezze in più: che l'incubo della Donna Nera che mi chiamava per nome era stato una trappola del mio inconscio (per questa ragione mi chiamava per nome, come se mi avesse conosciuto in qualche altra vita o in qualcuno degli universi teorizzati da Everett). Che lo stesso inconscio, nei pochi secondi in cui il mare nero mi aveva ributtato a riva, mi aveva trasmesso il sunto di una strana fiaba su uno scienziato pazzo reo di avere creato la Paziente Zero, ovvero colei che aveva dato il via al contagio universale. E soprattutto che me ne sarei tornato su, con calma e senza fretta, a quota tremila. Alla baita Stregona. Lì, alla periferia del mare che conteneva Milano, non avevo più nulla da afre. Né per me né per coloro, supponevo pochi, che stavano sognando da qualche parte nel mondo e mi attaccavano i loro virus.
Contagio.
Collasso.
Risveglio.
E, a ogni risveglio, dovevo controllare di non essere stato infettato.

Mezz'ora dopo, rifocillato, voltai le spalle al mare. Per sempre.
Ripresi a marciare.
Stavolta in salita.
Quando giunse la notte, mi buttai dentro la hall di un albergo annerito dal tempo e dal cancro della materia.
Mi addormentai e, per forza di cose, sognai ancora. Nei pochi secondi che precedono l'esperienza onirica vissi la netta sensazione che quello sarebbe stato l'ultimo sogno, o incubo, della mia vita.
 
 
 
Perché non era un incubo. Bensì una semplice onda collassante che non aveva mai raggiunto la riva della mia coscienza.
Vedevo Emanuela. Legata al lettino sotto di me. Che si disperava in lacrime.
«Alessandro, cosa stai facendo? COSA?» E la mia voce che, del tutto estranea all'Io del decennio post-Evento, che rispondeva: «Mi hanno contagiato, Emanuela. E lo hanno fatto in sogno. E non hai idea di chi sono loro! Cazzo, I MIEI PAZIENTI! I LORO SOGNI! TUTTI I LORO SOGNI! MI HANNO ATTACCATO I LORO SOGNI!»
E affondavo il mio muso di bestia nel suo bel collo. E l'Evento iniziava. Le vuvuzele. E tutto il resto che forse sapete. Ma a questo punto sarebbe interessante capire se sto sognando da dieci anni. O se l'Evento sia mai veramente accaduto.
 
Perché, vedete, sto camminando e ho perso la cognizione del tempo. E, per quanti passi faccia, la meta si allontana sempre più.

Cammino. Ed è come se andassi all'indietro. E' tipico degli incubi. Il cervello manda ai piedi il comando di muoversi. Ma non ci muove affatto. Sembra di sprofondare nelle sabbie mobili.

Sto perdendo il tono muscolare.
Tento di alzare le gambe.
La strada verso l'alto diventa sempre più pendente.
Non riesco più a tenermi in piedi.
Casco per terra a faccia in giù.
Dolore fortissimo al setto nasale. L'ho rotto. Gocce di sangue per terra.
Sto morendo.
Cristo, che idiozia crepare così. Dopo dieci anni di fottuta e indomita resistenza.
Ma...
Qualcosa si stava avvicinando. Dio onnipotente, è attratto dal sangue che mi sta uscendo dal naso fracassato.
Un ratto. Un cazzo di ratto. Enorme. Le dimensioni di un cinghiale. Si sta ingobbendo. Per saltarmi sopra e cibarsi di me.
D'accordo. Basta resistere. Devo mollare il timone. Quel mostro mutante non è un ologramma. Riporto Emanuela legata al lettino nel vano consapevole della mia memoria. E mi arrendo all'evidenza. Rinunciando all'umanità e alla ragione.
E così mi alzo in piedi di scatto. Sconcerto il mio avversario, in piedi sulle zampe posteriori. Gli volo addosso grugnendo e soffiando. Gli artiglio la schiena e gli faccio perdere l'equilibrio. Quindi afferro un sasso aguzzo e gli infilzo testa e faccia, immobilizzando. Lui, il ratto, lancia un urlo lancinante. Qualche secondo e non si muove più.
Un fetore indicibile mi entra nelle narici. Ma non m'importa. Adesso ho fame. Devo mangiare.
Risveglio.
Contagio.
Collasso.
Io, Alessandro, non sono più un sogno solitario.
Adesso vivo nell'Incubatoio planetario. Tanti incubi che si aggregano e comunicano per mezzo di un incubo dominante che noi psicologi dell'ultima generazione chiamavamo durante le terapie “il timone”.
Il timone è il Collassatore, si è capito, vero?
 




 
 
Termina qui questo progetto artistico seriale, che ha sperimentato un approccio sperimentale e  tematico, legando con coerenza contenuti artistici multidisciplinari, come l'artwork, l'architettura e la narrativa. Tre arti che hanno contribuito, in modo diverso, a rappresentare e svolgere in modo diverso un tema così di moda come quello apocalittico, una piccola sfida che spero di aver vinto, insieme ai due grandi protagonisti "reali", Daniele Serra e Danilo Arona, che ringrazio per la solita disponibilità a mettersi in gioco con le loro interpretazioni, e ai protagonisti virtuali, Zaha Hadid, Frank Gehry, Jean Nouvel, Santiago Calatrava e le loro fantastiche realizzazioni e, infine, a Omero e alla sua immortale Iliade che ha ispirato Il cavallo di New York. Buona vigilia della fine del mondo a tutti.
 

2 commenti:

  1. Lo so, sono un rompiballe ma non si può avere tutto il malloppo in epub? ;)

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  2. caro Eddy, vedremo, lancio l'idea a Mezzotints Ebook.

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