lunedì 10 dicembre 2012

Un'altra fine del mondo: Cuore di Vetro di Werner Herzog

 
 
Tempi di profezie Maya; l'argomento della fine del mondo è quanto mai di moda, e si leggono molte amenità e "sottocontenuti". Parlando di visioni apocalittiche, per trovare qualcosa di interessante è meglio tornare indietro nel tempo, nel 1976, quando si è svelato al pubblico uno dei film più affascinanti e enigmatici di Werner Herzog, Cuore di vetro. E' la penna lirica e ipnotica di Herbert Achternbusch, sceneggiatore del film, a scatenare la scintilla, che Herzog ha trasformato in un nuovo e inquietante sole in questa lirica pellicola. Una sceneggiatura che si fonda sulle leggende bavaresi del veggente Mühlhias, riscoperte da Achternbusch dai manoscritti del tempo e dalle biblioteche locali. Mühlhias, vissuto nel ‘700, ha lasciato oscure profezie apocalittiche, alla maniera di Nostradamus, arcane e dimenticate; Achternbusch le rende di nuovo popolari, facendole rivivere nel film di Herzog.
 

 
 
 
Il personaggio di Hias, il veggente protagonista del film interpretato da Josef Bierbichler, è ispirato proprio al profeta bavarese Mühlhias; lo scenario principale  nel quale ci coinvolge Herzog è la Baviera tra settecento e ottocento (non lontano da dove il regista è nato); alcune inquadrature di paesaggi, come le montagne di Hias, sono state realizzate nel parco di Yellowstone, mentre Il finale del film, uno dei momenti più poetici e affascinanti dell'intera carriera cinematografica di Herzog,  è stato girato alle isole Skellig, in Irlanda. Ma il film, oltre al messaggio di devozione verso la natura tramite la lirica visionaria di un maestro come Herzog, è un caso unico nella storia del cinema, in quanto tutti gli attori (eccetto il protagonista), lavorano in stato di ipnosi, indotta dal regista stesso. Herzog ha reclutato i volontari, per questo inquietante esperimento, tramite un annuncio sui giornali. Per questo motivo quasi tutti gli attori del film, con poche eccezioni, non sono professionisti. Ma non si tratta di una semplice provocazione per farsi facile pubblicità, tantomeno per scopo di manipolazione degli attori; il senso dell'ipnosi è strettamente legato alla natura della storia che Herzog vuole raccontare.
 
  
 
 
 
Lo stato di trance degli attori ipnotizzati, reale e non lasciato alla personale interpretazione artistica, svela creature umane simili a sonnambuli, prede delle visioni dell'apparenza, che si muovono senza equilibrio come i celebri zombie di Romero. Non si accorgono di quello che accade intorno a loro. Herzog è un vero maestro nel raccontare la sfera onirica e visionaria, i contrasti con la realtà, ma questa volta capovolge gli equilibri. Nel film gli abitanti del paese, gli attori ipnotizzati, credono di vivere nella realtà, ma sono ritratti come manichini meccanici, mentre il vero visionario dichiarato, Hias, il profeta apocalittico che annuncia l'imminente distruzione del villaggio, la fine del mondo, è l'unico libero dall'incantesimo dell'apparenza. La sua visione della realtà è dunque l'unica, affatto deformante, come Herzog ci chiarisce nelle sequenze dell'osservazione dall'alto del paese, dalle montagne dove è rifugiato Hias, tra le braccia della natura che protegge i suoi sensi, l'integrità della sua anima e della sua consapevolezza.
 
 
 
 
La metafora del villaggio sotto ipnosi, sotto assedio di violenze e omicidi, dove l’unica persona cosciente annuncia profezie incomprensibili, è inquietante e moderna, se pensiamo alla dilagante alienazione che segna la nostra epoca; la scomposizione della realtà "vibra" senza fine nella pellicola di Herzog, decisamente straniante per lunga parte. La saggezza del pazzo, la natura come rifugio, sono sottotesti della sceneggiatura che toccano corde antiche, e fanno riflettere sull'apparenza del nostro mondo sociale che delinea sogni e speranze, sul condizionamento. L'uso dello stato di ipnosi ci offre l'accesso allo stato interiore della mente, per leggere la realtà da una nuova prospettiva. Questa è la sfida di Herzog e di Cuore di Vetro. Un ritratto inquitante di la follia collettiva, che non è molto distante da quanto vediamo e leggiamo nel nostro mondo, che dall'esterno sembra incomprensibile.
 
  
 
 
La trama del film è semplice: in un villaggio bavarese un vetraio muore e porta con se nella tomba il segreto della realizzazione del "vetro rubino", una tipo particolare di vetro dal colore rosso (che esiste davvero, anche se la formula non è segreta) che muove l'economia del villaggio e delle vite dei suoi abitanti. La fabbrica di vetro è il cuore sociale e economico del villaggio, la scomparsa della formula del vetro rubino e l'impossibilità di scoprirne il segreto porta presto il paese alla totale destabilizzazione e dissoluzione, all'abbandono di qualsiasi logica, alla vittoria del tempo sull'uomo, a una "catalessi collettiva", onirica, ritratta magicamente da Herzog. Il pastore-profeta Hias, che ha annunciato agli abitanti l'incendio della vetreria e la prossima fine del mondo, una volta che inizieranno a materializzarsi le sue profezie, sarà chiuso in prigione.
 
Hias in realtà è l'ultimo vero "uomo", le sue visioni rappresentano la consapevolezza contro la follia collettiva. La natura, nella quale si rifugia, è la sorgente delle sue visioni e della sua salvezza. La storia senza una vera narrazione logica salta direttamente al ritorno di Hias tra le sue montagne, dove racconta l'ultima visione: un isola ai confini del mondo, sulle quali vivono persone che credono ancora che la terra sia piatta. Alcuni degli abitanti decidono di partire a bordo di una piccola barca per scoprire la verità, svelare i veri confini e dimensioni del mondo che finora hanno solo osservato scrutando il mare e il suo orizzonte.
 
 
 
 
Tra tanti facili sottocontenuti e sottoletteratura sulla fine del mondo, che cavalcano l'onda emotiva suscitata dalla profezia Maya, che in questo periodo ci vengono propinati continuamente, l'intepretazione apocalittica di Herzog in Cuore di Vetro è qualcosa di affascinante; un ritratto straniante, lirico e poetico, esistenziale, del viaggio dell'uomo verso lo sconosciuto, verso il troppo veloce futuro, con il rischio di lasciarsi indietro la memoria della natura alla quale siamo più legati di quello che pensiamo. Col rischio di vedere andare in fiamme la nostra fabbrica di vetro, la nostra fragile fabbrica dei sogni.
 
 
 

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