
Questo mese è dedicato al colore nero, che ispira tante emozioni diverse. Iniziamo il viaggio con questo oscuro assemblaggio dedicato a sogni, visioni e danze nere. Evidentemente, seguendo le opere di alcuni artisti, il nero ci nasconde mondi diversi, animati da creature e da ombre di noi stessi, la quintessenza dello sconosciuto che improvvisamente alza la voce, per ricordarci l'esistenza dell'oltre, la piccola geometria dei nostri sensi, la relativa conoscenza dei nostri stessi pensieri. Inizio questo viaggio da una interessante scultura, o installazione, di Sayaka Ganz, Black Horse. Immagino il cavallo nero come l'incubo che scalpita e trapassa le bianche pareti della nostra realtà; è proprio nei sogni che lo sconosciuto si mostra, che piomba nella consapevolezza, con rumori di zoccoli e di potenti muscoli irrorati di sangue. Non si può rimanere indifferenti, questa opera sembra voler decretare la nascita dell'incubo, l'embrione di una variazione di scenario, l'animale, l'ombra, è per metà nel suo oscuro universo, ma proietta muso e occhi nelle nostre ore.

Questo viaggio, lo avrete capito ormai, parla di sogni e visioni, e forse più che un viaggio è esso stesso un sogno. Un sogno che si ricollega al precedente post, dedicato al diario Mahleriana, quei pensieri fuori dal nostro tempo che possiamo riprodurre nel futuro grazie alla musica di Gustav Mahler, che cristallizza storie lontane, ispirazioni e desideri sepolti. Il collegamento è l'opera Spleeping Girl di Oskar Kokoschka, che ha condiviso con Mahler lo stesso amore per Alma Shindler. Quell'incontro, quell'amore che ha anche interrotto il diario della violinista Natalie Bauer Lichtner, Mahleriana. Intrecci e parallelismi, fuori e dentro il flusso del tempo, che come sapete Il Posto Bianco ama sviluppare. Spleeping Girl di Kokoschka è un'opera che ci porta nel sogno, uno dei temi dominatori di questa prima parte del viaggio (o del sogno?). La realtà intorno alla ragazza sembra fluire anzichè esistere semplicemente, trasformarsi, creare nuove realtà e sottorealtà, pesci e animali che vivono, che respirano in quella densa acqua primordiale che ci crea dal sogno, che diventa sorgente, inizio. Per poi trasformarsi anche nella fine, quando il sole ci scaraventa di nuovo nel nostro abitudinario scheletro, nel cervello pieno di numeri che ignora a tutti i costi l'ingombrante, terribile sconosciuto. E dimentica velocemente i sogni.
Sogni ad occhi chiusi e sogni a occhi aperti, quale può essere un concreto collegamento, una bicefala materializzazione? Ce lo mostra Mozart nella sua opera Il Don Giovanni. In questa scena, che potete condividere grazie al video, l'apparizione del Commendatore (Il Signore di Siviglia ucciso da Don Giovanni che tornerà dagli inferi) è una esplicita materializzazione di un incubo, del dazio da pagare (prima o poi) alle ombre dell'aldilà, ai sensi di colpa, è il ritorno della coscienza e della sua terribile voce. Tra le varie interpretazioni, quella più affascinante è il legame e l'identificazione della figura del Commendatore con il padre dell'artista, Leopold Mozart, morto qualche mese prima della rappresentazione dell'opera. Un padre che torna dal mondo delle ombre per rimproverare qualcosa al figlio, Mozart ci regala dunque il suo incubo più nero con la musica e il Don Giovanni. Qui troviamo lo sconosciuto, che si svela in carne e ossa, o in forma di statua come lo ha immaginato Mozart, ci parla, dobbiamo accettare che il mondo delle ombre è ormai transitato nel nostro. Sempre che tutto quanto state leggendo non sia davvero un sogno.

Questo transito da una realtà all'altra, l'incubo o il sogno che ci cala nelle sue oscure dimensioni, mi piace rappresentarlo, sintetizzarlo con una fotografia del surrealista Maurice Tabard, che vedete sopra. Mi permetto di interpretare a mio piacimento, l'artista non me ne vorrà. Qui, in questo Posto Bianco, la libertà di trovare le proprie emozioni è totale, e proprio io che scrivo queste settimanali follie non posso esserne escluso. La figura della donna vestita di nero, ferma con il suo ventaglio in una realtà apparentemente vuota, grigia, sembra aver sceso quella grande scala, per me è la materializzazione del sogno che arriva da noi, nella nostra piatta e grigia realtà, nella mente finalmente vuota di qualsiasi inutile arredamento, dopo aver lasciato la sua dimensione, più alta, più "elevata". Dove porterà quella scala? Cosa ci sarà sopra? Probabilmente lo sconosciuto, il compagno di questo viaggio.

Abbandoniamo sogni, incubi e visioni, dove il nero è semplice emozione ma non possiamo toccarlo davvero, in una continua illusione. Se volete guardare davvero il nero, avvicinarlo, in una delle sue più incredibili manifestazioni terrene, dovete affidarvi a Edouard Manet. Sopra ho inserito una sua opera, Berthe Morisot with a Bouquet of Violet, ma mi rendo conto che forse è inutile; qualsiasi immagine o fotografia, anche le migliori, non possono rendere giustizia al'uso del nero di Manet. Quel nero che brilla, che ha luce più di qualsiasi altro colore, mi ha sempre affascinato nella produzione di Manet. Non è un pigmento, niente di tutto questo, la sua profondità abissale è impressionante e io sono convinto che si tratti di un vero e proprio maelstrom verso il mondo delle ombre, che tramite quei varchi neri creati dall'artista sia raggiungibile lo sconosciuto. Comunque sia, se devo scegliere un nero per rappresentare le vesti dell'amico sconosciuto, scelgo quello di Manet. Si tratta, per farla breve, dell'esistenza di una luce diversa, la luce del nero. Se non vi fidate di me, e vi capirei, dovete fare un piccolo sforzo per osservare un'opera dal vivo. Potete trovare molto materiale nero sconosciuto al museo d'Orsay a Parigi. Vi arresterete presto davanti alla Olympia di Manet e ai suoi giochi di colori, dove il nero attacca inesorabilmente il bianco, vincendo nonostante gran parte dell'opera rappresenti il chiaro corpo di una prostituta.
Il Lago dei Cigni, noto balletto musicato da Pëtr Il'ič Čajkovskij, ci riserva una diversa interpretazione del nero, nella contrapposizione tra Odette e Odile, rappresentata come il cigno nero (atto III), l'inganno, la figlia del mago Rothbart autore dell'incantesimo che ha trasformato le fanciulle in cigni, che solo la notte possono tornare alla forma umana. Il Destino, ben animato e rinforzato dalla musica di Čajkovskij, danza tra il bianco candore della principessa Odette e la nera sensualità di Odile. La lettura della storia ci porta facilmente al tema del doppio, al nostro lato oscuro che appare e scompare, come nel balletto stesso. Ma anche altre letture sono raggiungibili, superando le fiabesche letture di quest'opera, come alcune coeografie contemporanee ci hanno suggerito. Emerge la lettura dei moti interiori dell'anima nei vari elementi e momenti del balletto, dove il nero, nei movimenti e nella musica, è maledizione, perversione, istinto e la danza del cigno nero, ispirata da un sortilegio demoniaco, rende Odile dominatrice, attualissima, di Siegfried nella fiaba e dell'uomo in generale nella vita, confuso nelle sue insicurezze di fronte alla diverse e complesse cellule del mondo femminile. Questo è il profondo nero del Lago dei Cigni, che nel video sopra viene interpretato da Svetlana Zakharova, ètoile del Teatro della Scala, e spendida e oscura Odile. Sotto, il video di una scena dal film Il Cigno Nero con Natalie Portman

Torno per un momento all'oscuro mondo onirico, grazie a quest'opera di Kazuya Akimoto, Tall Soldiers, e alla creature che ci osservano, che sembrano crescere come lunghe appendici dalla fertilità del nostro vissuto. Queste creature, queste ombre che derivano da noi ma che non conosciamo, sono tanti sconosciuti, figure aliene abitanti di mondi impossibili, sono i nostri cigni neri senza nemmeno una forma, un viso da ricordare o riconoscere. Sono creature che crescono e aumentano senza fine, come Akimoto ci fa capire, pur essendo migliaia, hanno in fondo tutti la stessa faccia, la stessa natura, questi soldati del buio.

Termino questo primo viaggio nel nero con le visioni dell'eclettico Hans Bellmer, scrittore, fotografo, incisore, pittore e scultore. La sua ricerca artistica è caratterizzata dalle bambole, che ci scompongono e ricompongono in continuazione, in modo surreale e grottesco. L'emozione che Bellmer cerca di suscitare con le sue bambole è di profondo disagio, i corpi smembrati, violati percorrono gli sconfinati territori del sogno e del corpo, utilizzando un linguaggio simbolico molto immediato. Siamo trascinati nella seduzione, dolorosa e affascinante nello stesso tempo, Bellmer intende parlare al nostro erotismo psichico più oscuro, visioni profonde, nere, drammatiche e conturbanti, che coinvolgono l'osservatore, scivolando dentro da diverse cavità. Il nero è anche un sinuoso, magnifico serpente.