giovedì 28 giugno 2012

Nadar: Il Cacciatore della Realtà


Questo disegno di Honorè Daumier, che ho scelto come copertina dell'articolo, coglie in pieno la personalità di Gaspard-Félix Tournachon (1820-1910), in arte Nadar, fotografo, giornalista, caricaturista ed aeronauta francese. Nadar è stato un vero pioniere della fotografia, sia a livello tecnico che di interpretazione della realtà da nuove e illuminanti prospettive, tanto da essere definito come il Tiziano della fotografia. Personaggio eclettico, guidato da una grande curiosità intellettuale, Nadar avvicina la fotografia attraverso Bertsch e Arnaud, apre col fratello Adrien uno studio fotografico nella casa dove vivono con la madre. Le sue prime fotografie, del 1853, sono scattate a amici, parenti, gente della strada, la Parigi con i suoi molteplici volti, diurni e notturni.  I due fratelli collaborano, con una serie di fotografie, all’illustrazione di un volume a carattere fisiognomico sui lavori del medico e neurologo Duchenne de Boulogne, studioso di muscoli facciali. La sperimentanzione artistica di Nadar, da queste prime esperienze, diviene presto ossessiva, dedicandosi sempre più alla fotografia.

lunedì 25 giugno 2012

Le Idee Volanti di Constantin Brâncuşi


"Quand’ero bambino sognavo sempre che avrei voluto volare tra gli alberi e nel cielo. Porto ancora in me, dopo quarantacinque anni, la nostalgia di questo sogno. Io non voglio rappresentare un uccello, ma il dono, il volo in sé, lo slancio" (Constantin Brâncuşi)

Queste parole, che trovano vita artistica nell'opera scultorea Uccello nello spazio, sintetizzano la filosofia di Constantin Brâncuşi (1876 - 1957) che corre lungo i binari dell'astrazione per comunicare con vero realismo; il reale secondo Brâncuşi non è dunque rappresentato dalla forma esteriore, ma dall'essenza delle cose, questo vale anche per l'arte. L'artista è stato un caro amico delle opere di Platone, che in più di una occasione affermano la realtà delle idee rispetto alle forme mutevoli della realtà, e quindi dell'apparenza. Sono queste le riflessioni che hanno guidato il titolo dell'articolo di oggi, Le Idee Volanti, una fusione dei concetti platonici e dell'opera di Brâncuşi, in particolare il volo trascendente e puro dell' Uccello nello spazio, opera che indaga sull'essenza delle cose attraverso l'assenza di qualsiasi traccia naturalistica per dar luogo a una forma sottilissima slanciata nello spazio. Ciò che colpisce dell'arte di Brâncuşi è la nuova intepretazione della materia, fondamento essenziale nell'opera di uno scultore; bronzo epietra, lucidate e levigate, si dissolvono magicamente in qualcosa di superiore. Affascinante, in questo senso, la descrizione che fornisce l'autore dell'opera Uccello nello spazio: "Un progetto che, se ingrandito, avrebbe riempito il cielo".

giovedì 21 giugno 2012

Metamorfosi del Sogno: Le Rovine Circolari di Jorge Luis Borges


(...) Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà. (...) Comprese che l'impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui si compongono i sogni è il più arduo che possa assumere un uomo, anche se penetri tutti gli enigmi dell'ordine superiore e dell'inferiore: molto più che tessere una corda di sabbia o monetare il vento senza volto (...) La quattordicesima notte sfiorò con l'indice l'arteria polmonare e poi tutto il cuore, di fuori e di dentro. L'esame lo soddisfece. Deliberatamente non sognò durante tutta una notte; poi riprese il cuore, invocò il nome di un pianeta e passò alla visione d'un altro degli organi principali. In meno d'un anno giunse allo scheletro, alle palpebre. La capigliatura innumerevole fu forse il compito più difficile. Sognò un uomo intero, un giovane, che però non si levava, nè parlava, nè poteva aprire gli occhi. Per notti e notti continuò a sognarlo addormentato.(...) Questo molteplice iddio gli rivelò che il suo nome era Fuoco, che in quel tempio circolare (e in altri eguali) gli erano stati offerti i sacrifici e reso il culto, e che magicamente avrebbe animato il fantasma sognato, in modo che tutte le creature, eccetto il Fuoco stesso e il sognatore, l'avrebbero creduto un uomo in carne e ossa (...)

Leggere questo racconto di Jorge Luis Borges (Le rovine Circolari, 1944) ci costringe a sporgerci dall'ultimo parapetto della realtà, osservare per la prima volta il grande precipizio del sogno, dell'apparenza, dell'illusione. Una vertigine archetipale ci avvolge stringendo forte la gola, i muscoli mutano in un denso scuro liquido; la realtà, per come siamo abituati a sperimentarla, è ormai dietro le spalle, e difficile abbandonare questa linea di confine ormai scoperta, e tornare indietro, giù a valle, verso la nostra vecchia esistenza.

lunedì 18 giugno 2012

Parigi, 1968: L'amore nei giorni della rabbia di Lawrence Ferlinghetti


Lei dal seno declinante e dal sorriso timido, lei con i suoi capelli biondo rame uscita da un quadro di Klimt, lei era uno di quei punti vivi di colore brillante persi in una grande tela di Jackson Pollock, nel fluido paysage senza prospettiva, dissolto in quel paesaggio così femminile, quel paysage sèduisant che era ancora Parigi. Ma Annie ore aveva acquistato un aspetto più aspro, più severo, mentre si affrettava nel duro traffico che ogni giorno violentava la città femminile. Annie aveva del lavoro da fare. Non andava più a lezione, e partecipava agli scioperi con i suoi studenti; ma adesso attraversò il fiume verso le Beaux-Arts e salì sul grande atelier grigio in cima al più vecchio degli edifici. E Lì, tutta sola, affrontò i suoi quadri,. Era un confronto che tutti i pittori conoscono e che non possono evitare. Prima o poi di dovevano affrontarli. Anche quando li accatastava, voltandoli verso le pareti, l'aspettavano lì, esigenti nel silenzio.

giovedì 14 giugno 2012

L'Africa di Hemingway: La breve vita felice di Francis Macomber



Una libro che rileggo sempre volentieri è I quarantanove racconti (The First Forty-nine Stories) di Ernest Hemingway (Einaudi) pubblicato per la prima volta nel 1938. Questa antologia di racconti, per chi non ha ancora avuto occasione di avvicinare l'opera di Hemingway, e i suoi capolavori, è un avvincente viaggio tra alcuni dei temi più cari all'autore: la guerra, l'Africa, la Spagna, la vita e la morte. Storie raccontate con la consueta magica armonia della prosa di Hemingway, autentica e cristallina, storie che rimangono dentro e fanno riflettere. La capacità dell'autore di gestire la forma del racconto breve, la capacità di sintesi, sono semplicemente straordinarie. Storie nelle quali non manca nulla, e niente è di troppo. Tra i racconti dell'antologia ho sempre amato in particolare Colline come elefanti bianchi (Hills like White Elephants)  e La breve vita felice di Francis Macomber (The Short Happy Life of Francis Macomber), opere molto diverse tra loro, ma che come tutte le storie raccontate da Hemingway riescono a esplorare in profondità le varie tonalità della vita e dell'animo umano, le ombre e le luci che si affrontano continuamente, prendendo il sopravvento, a momenti, le une sulle altre. La costruzione della prosa è diretta, non ha bisogno di troppe invenzioni letterarie e di forzature di stile, la penna dell'autore scorre e incide con immediatezza, proprio come ciò che ci presenta la vita.

lunedì 11 giugno 2012

Il Mondo in Bianco e Nero di Rodney Smith



“Il bianco e nero è come una struttura architettonica che rispecchia le fondamenta del nostro essere, del nostro sentire. Potremmo paragonarlo alle travi portanti di un edificio. Evoca l’essenza dell’esperienza vissuta. E questo è un aspetto di fondamentale importanza. Ma c’è di più: sul piano emotivo è, a mio parere, molto più intenso del colore. Non ne sono sicuro, ma credo che tragga la sua forza dalla nostra percettività visiva. Il colore si ferma all’apparenza delle cose. Può essere veramente bello, delicato, meraviglioso a suo modo, ma è totalmente diverso.”. E' questa la visione del fotografo Rodney Smith, la sua visione surrealista del mondo  in bianco e nero che ci racconta, ci consente di guardare, attraverso il suo speciale inchiostro di luci, lambendo tutti i confini possibili tra mondo reale e irreale, tra le zone del conscio e dell'incoscio che la vita moderna avvicina, e sovrappone, sempre più.

venerdì 8 giugno 2012

Ticket to Jerusalem: I Carri armati e l'Unicorno



Qualche giorno fa ho avuto l'occasione di vedere questo emozionante film girato da Rashid Masharawi, e mi ero ripromesso di scrivere le mie impressioni. Ticket to Jerusalem (2002) si trova a metà fra il film e il documentario, a mio avviso nessun titolo avrebbe potuto descrivere meglio ciò che contiene la pellicola: è una navicella che ci trasporta in pochi minuti su una terra antica e difficile, con i suoi i villaggi caotici, le strade polverose, i posti di blocco, gente dagli occhi colmi di emozioni profonde e contrastanti. E' tutto molto diverso da quello che vediamo in televisione, filtrato dalle bombe, dal sangue e dalle grida;  il sapore di questo film è autentico e documenta lo stile neorealista di Rashid Masharawi. Il regista, nato a Gaza,  in un campo di rifugiati palestinesi, nei suoi documentari e film rappresenta le complicate relazioni tra immaginario e realtà del suo paese, che in Ticket to Jerusalem ci avvolgono con le spire del sogno, dell'ossessione, dell'impossibile geografia. Il sogno in questo film è qualcosa di fisico che si sposta per villaggi e strade interrotte, inseguito da una coda di bambini, è il proiettore di Jaber, che in un mondo di disperazione sembra un magico unicorno che corre per le strade, evitando i carri armati e l'angoscia, che segnano ogni giorno nuovi confini. Un unicorno apparentemente superfluo, stridente rispetto alla realtà, qualcosa che ha nello stomaco luci e di ombre, storie riflesse, il cinema che entra nei cortili, nelle scuole, proiettando speranze. Ma veniamo alla storia:
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