sabato 19 gennaio 2013

Fame di Knut Hamsun

 
 
 
 
« A quel tempo ero affamato e andavo in giro per Christiania, quella strana città che nessuno lascia senza portarne i segni... »
(Knut Hamsun, incipit di Fame)
 
Devo molto a Henry Miller, come è esplicito dal nome stesso di questo blog, Mezzotints. Una ricchezza che mi porto dietro ogni giorno, moneta speciale per traghettare senza bagnarmi troppo, quanto capita, nell'Acheronte di alcuni difficili momenti, come capita a tutti. Tra queste ricchezze oggi vorrei ricordarne una delle tante. Non fosse stato per Henry Miller non avrei conosciuto un grandissimo autore, Knut Hamsun, del quale non leggo spesso in rete e che è, a mio modesto avviso, troppo dimenticato. I romanzi di Henry Miller, oltre all'aspetto narrativo, sono un vero e proprio tesoro di segnalazioni di letture, di passioni dell'autore, visto l'aspetto fortemente autobiografico delle opere, dall'inarrivabile Primavera Nera a Tropico del cancro, Sexus e via dicendo. E' così che ho sentito parlare di Knut Hamsun, precursore di un filone narrativo assai florido, sviluppato dalle opere di autori come John Fante e Kerouac, nonchè Henry Miller stesso. L'artista squattrinato e le sue altalenanti avventure, in bilico tra l'arte e la sopravvivenza, il Bandini di Chiedi alla Polvere di Fante, i viaggi di Kerouac fino ad arrivare all'Hank di Charles Bukowski. Desolazione e scintille di talento, fame e sesso, nutrimenti onirici e talvolta anche reali e alimentari, più che altro con protagonista il bicchiere e l'alcol


 
 
Tutti abbiamo letto molti di questi romanzi, appassionandoci, ma tornando indietro nel tempo scopriamo in Knut Hamsun l'inventore della magnifica desolazione creatrice, dell'artista che succhia i bottoni per sopravvivere, come in Fame di Hamsun, che nelle varie diramazioni di questo genere muta nell'incredibile ottimismo e la gioia di vivere di Henry Miller, che è certo di riuscire trovare un letto e un pranzo nella sua Parigi, ogni giorno, o il prolifico etilismo di Bukowki, che racconta le sue storie tra cartoni di birra, donne  infelici e così vere, vive, e i suoi amati cavalli, le corse come parentesi di questa desolazione, che si osserva per qualche minuto dalla finestra, in silenzio. La poesia e un saltuario lavoro in mattatoio, il male alla schiena e all'anima. Il mito del viaggio come catarsi, le avventura in automobile di Kerouac di Sulla Strada, le vie della contocultura; Donne che danzano tra le nostre tristezze, forse angeli, come la Camilla Lopez di Fante (anche lui innamorato di Hansun) e l'inarrivabile June del pantheon milleriano; insomma gli esempi sono tanti e li conoscete bene.
 
 

 
 
Il primo libro che ho letto tanti anni fa di Knut Hansun (premio Nobel nel 1920 per Markens Grøde - La crescita della terra, 1917)  è la sua opera forse più celebre, Fame (Sult, 1890), così sintetizzato nel risvolto della edizione di Adeplhi del 2002:
 
solitari deliri e le tortuose riflessioni di un giovane scrittore errante nella vita urbana, accompagnato dalla sua inesorabile antagonista, la fame. Un romanzo che sta sulla soglia della grande letteratura del Novecento. «Un capolavoro di naturalismo visionario, la versione moderna e tragica dell'idillio anarchico-romantico del perdigiorno
 
Fame è un un libro con i muscoli, anche se si mostra con uno scheletro apparentemente esile. Sono i muscoli della narrativa di Hamsun che continuano a stringerci la gola, a lungo; Fame non è un libro che si dimentica, sono quelle storie che continuano a accompagnarci durante la nostra vita, a scomparire per qualche tempo, nascosti dalle pieghe della quotidianità, per riapparire improvvisamente come una importante eredità.
 
Hamsun racconta la sua storia a Oslo ai tempi in cui era chiamata Cristiania, dove si muove il protagonista, scrittore alle prese con la povertà, il freddo, la fame. Scrittore che cerca di vendere articoli per guadagnare qualche corona per sopravvivere, per un piatto di minestra o un pezzo di pane. Un plot che avrete affrontato tante volte, come accennavo e ricordavo poco sopra. La Fame in questo romanzo è qualcosa in più di una mera necessità fisiologica, è un mostro, un incubo con il quale lotta, quotidianamente, il protagonista.
 
 
 
 
Il messaggio metatestuale di Hamsun in questo romanzo, come in altre opre, è quello della nostalgia dell’uomo originario, dell’uomo che affronta l’elementare, proprio come la fame, metafora della emancipazione dalla civilizzazione moderna. In una lettera l'autore sintetizza questo suo pensiero, la sua filosofia: “Il mio sangue intuisce che ho in me una fibra nervosa che mi unisce all’universo, agli elementi”. Fame racconta qualcosa di archetipale e primitivo, che ci avvicina all'essenza di noi stessi. Un romanzo fortemente introspettivo, psicologico, in parte autobiografico; i fantasmi che animano i pensieri del protagonista sono crudeli e mordono la carne fino alle ossa, perchè, come afferma l'autore stesso, rappresentano "mondi segreti che si fanno, fuori dalla vista, nelle pieghe nascoste dell’anima, … quei meandri del pensiero e del sentimento; quegli andirivieni estranei e fugaci del cervello e del cuore, gli effetti singolari dei nervi, i morsi del sangue, le preghiere delle nostre midolla, tutta la vita inconscia dell’anima”. La Fame, qualcosa che oggi ci sembra una emozione così lontana e iconografica, porta il protagonista verso la pazzia. Ma l'incapacità di alimentarsi è una grande metafora di Hamsun, la vera fame è quella di vivere, e questo romanzo anticipa molti dei temi moderni di solitudine dell'uomo, di disgregazione del proprio io fatto a fette dalla società, dalla civiltà che si trasforma nel mostro da combattere. Come nella storia del romanzo, la sopravvivenza sarà legata alla partenza del protagonista dalla città di Cristiania, all'allontanamento in cerca di se stessi, e non nella sussistenza, inutile e precaria, del proprio fantasma, della propria ombra
 
 
Henning Carlsen - Sult
 
 
Da questo romanzo, che vi raccomando caldamente, sono stati tratti due film, Sult di Henning Carlsen (1966) e il più recente Fame di Marie Giese (2001). L'opera di Carlsen, secondo me imperdibile e che meglio rispecchia l'anima del romanzo, fu a suo tempo candidata alla Palma d'Oro a Cannes, dove Per Oscarsson, il protagonista, (anche della locandina e di alcune immagini di questo articolo) ha ricevuto il premio per la miglior interpretazione maschile. Sotto trovate una sequenza del film, bastano due minuti per cogliere il realismo, la poesia e la forza espressiva del lavoro di Carlsen, icona della cinematografia danese, che ha alternato la produzione di lungometraggi e documentari, con in comune un forte impegno sociale.
 
 
 
 
 
 
 

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