martedì 12 febbraio 2013

Matisse visto da vicino

 
 
 
 
L'artista è molto più che una sala di museo, una sinfonia, un dipinto; la comprensione dell'arte passa necessariamente attraverso la conoscenza dell'uomo, del suo mondo più intimo dove nasce e si espande il genio. Non serve molto leggere saggi e visitare mostre se prima non si è camminato, per qualche chilometro, con le scarpe dell'artista. Le opere non rappresentano altro che la materializzazione del mondo interiore di un uomo, la sua scelta di comunicare. Per questo motivo ho sempre cercato di approcciare i vari percorsi artistici infilandomi le immaginarie "scarpe" di diversi artisti, cercando di conoscere e approfondire i protagonisti, prima di tutto. Non è poi così difficile, almeno per gran parte degli artisti moderni. Si ha molta documentazione su cui lavorare.
 
Ho letto con entusiasmo le lettere di Vincent Van Gogh al fratello Theo, che mi hanno illuminato sulla sua visione artistica e religiosa, strettamente legata alla sua interpretazione del mondo, una documentazione straordinaria e affascinante. Come le lettere di Gauguin, dai suoi lontani paradisi, che raccontano l'animo e le preoccupazioni  dell'artista, i suoi diari e disegni (imperdibile il libro-diario Noa Noa), specchi di pensieri. Ma oltre alle lettere e ai diari ci sono molti altri tipi di fonti che ci consentono di entrare nell'intimo universo dei più grandi artisti.
 
 
Lettere di Vincent Van Gogh a Theo
 
 
In questo blog ho proposto spesso contributi del genere, come alcuni estratti del diario di Jeanne Modigliani (pubblicato anche in Italia con titolo Modigliani mio padre), una appassionata ricerca di fonti del mondo tridimensionale del padre Amedeo, attraverso amici, strade, luoghi. Entusiasmante è stata la mia esperienza di lettura del diario di Kiki de Montparnasse, Infinitamente prezioso (ne ho parlato in questo articolo e in altri) che spoglia molti artisti di luoghi comuni, dell'odore celebrativo di museo, restituendoceli come nitide fotografie di vita quotidiana, da Man Ray allo stesso Modigliani,  da Kisling a Soutine, da Picasso a Desnos. Ho condotto la mia piccola ricerca di fonti anche per altre arti, come la musica, e sempre qui, per fare un esempio, ho pubblicato alcuni estratti del libro diario Mahleriana  - Diario di una amicizia della pittrice autriaca Natalie Bauer-Lechner, che racconta stralci di esperienze, di conversazioni, di condivisioni, che sono porte assolutamente privilegiate nel mondo dell'artista, che scorrono negli anni.
 
 
Noa Noa di Paul Gauguin
 
Sulla falsariga di questi vari contributi, che ho voluto condividere nel tempo su questo blog, oggi propongo un'altra testimonianza diretta, quella di Rosamond Bernier che ci racconta l'incontro con uno dei più grandi artisti del XX secolo, Henri Matisse, e l'amicizia che li vedrà protagonisti negli anni. La Bernier è una grande esperta di arte e cultura, protagonista di tante conferenze in tutto il mondo, che hanno ruotato intorno alla vita e l'opera di artisti che ha conosciuto personalmente, tra cui Pablo Picasso, Henri Matisse, Georges Braque, Fernand Léger, Joan Miró, Max Ernst, Alberto Giacometti. Dunque, una delle fonti dirette più interessanti per approcciare il mondo dei grandi artisti. Eccellenti "scarpe virtuali" per camminare lungo i sentieri più intimi degli artisti
 
 
 
 
All'epoca del primo incontro con Matisse la giovane  Bernier era al suo primo lavoro, come giornalista di Vogue. Ho scelto il racconto di questo primo incontro come uno dei tre estratti che più avanti trovate pubblicati, tutti presi dal libro Matisse, Picasso, Miro' - Così li ho conosciuti (Leonardo Editore 1992)  Seguono altri due estratti che riguardano successivi incontri con l'artista, e che fanno luce, attraverso le parole di Matisse stesso, sulla sua visione artistica, sul mondo femminile "cardine" della sua pittura, sullo stesso inconsapevole metodo di traslazione, sul foglio bianco, del suo immaginario nelle forme, che l'artista scopre solo osservando le immagini di un documentario a lui dedicato, fino a arrivare alla malattia dell'artista, costretto a letto, che continua a portare avanti i suoi progetti dal centro del suo grande soggiorno. Non troverete foto di opere o approfondimenti su dipinti, collages o altre realizzazioni artistiche di Matisse, ma molte fotografie, ricordi e pensieri che ci faranno vedere, e capire, Matissa da vicino. Buona lettura!
 
 
 
 
Matisse, Picasso, Miro' - Così li ho conosciuti
di Rosamond Bernier
Estratti dal primo capitolo: "Matisse visto da vicino"
Traduzione di Silvana Marzagalli
(Leonardo Editore,1992)
 
(...) La prima estate che passai in francia, giovane scrittrice alle sue prime prove, fu nel 1947. Dovevo andare a trovare Pablo Picasso vicino ad Antibes e un amico si offrì di presentarmi a Henri Matisse: era una proposta estremamente allettante per me che, naturalmente, nutrivo un'enorme ammirazione per il grande artista. (...). La porta si schiuse lasciando intravedere una donna il cui aspetto mi parve in quel momento assai temibile: lo sguardo deciso di quegli occhi azzurri e i lineamenti marcati mi erano famigliari; era madame Lydia Delektorskaja, da anni modella, segretaria, infermiera e governante di Matisse. La riconobbi immediatamente, e altrettanto chiaramente ne percepii il furore e non certo la rilassata, voluttuosa bellezza, spesso discinta, che ricordavo da dipinti e disegni di Matisse degli anni Trenta.
"E' in ritardo!" disse in tono d'accusa. Stavo quasi per darmela a gambe, quando nell'anticamera si profilò una figura tarchiata, in pantaloni blu e camicia bianca con il colletto slacciato.
Era Matisse. "E' in ritardo!" Fece eco a madame Lydia. Avrei voluto che la terra di spalancasse sotto i miei piedi per inghiottirmi. Tagliò corto ai miei balbetti di scusa. "Be', visto che ormai è qui, può anche entrare un momento".(...)
"Madame", disse (anche in seguito, nonostante a quell'epoca fossi giovane, e pur facendomi oggetto di molte gentilezze, usò sempre con me questo appellativo per il resto della sua vita, "prima di andare avanti, mi lasci mettere in chiaro che lei mi deve trentotto dollari"
Rimasi allibita: non l'avevo mai visto prima, nè avevo mai avuto a che fare con lui.
"Lei scrive per la rivista 'Vogue', mi pare" continuò.
Risposi di sì.
"Vogue ha pubblicato una mia opera prima della guerra e non mi ha mai pagato i diritti. Sono trentotto dollari, prego."
 
 
 
 
Spiegai che, essendo venuta direttamente dalla spiaggia, non avevo portato denaro con me.
"Va bene anche un assegno", rispose Matisse.
Dovetti spiegargli che non avevo neppure il libretto degli assegni nella borsa da spiaggia.
"Ne ho uno io", disse alzandosi. Tornò con il suo libretto.
Ero in Francia da così poco tempo che non sapevo nemmeno come si compilasse un assegno in francese; fu quindi sotto la dettatura di uno dei più grandi artisti del XX secolo che gli intestai un assegno di trentotto dollari a debito del mio conto corrente.
Non ero affatto tranquilla per molte buone ragioni, non ultima il fatto che, trattandosi del mio primo lavoro, non ero per niente sicura di avere trentotto dollari sul mio conto corrente.
Notai che osservava la mia penna: era una Parker di un nuovo modello, non ancora diffuso in Francia.
D'impulso gli chiesi: "Vuole provarla?" porgendogliela. Gli piacque il modo in cui l'inchiostro fluiva tracciando una linea continua sia a destra sia a sinistra. "La tenga pure", lo incalzai.
Senza cambiare espressione, con la stessa aria severa, disse: Un instant s'il vous plait", e si allontanò. Tornò, questa volta sorridente, porgendomi qualcosa: era un'altra penna. "La tengo a condizione che lei tenga la mia."
 
 
 
 
Capii così che il ghiaccio era ormai rotto. Ricominciai a respirare a un ritmo più normale. Dopo che Matisse si fu allontanato dalla stanza comparve madame Lydia. Mi rassicurò: "Non si preoccupi. Lei piace a monsieur Matisse. Io lo so. Potrà tornare a fargli visita.".
Mi sentii alquanto solelvata, ma nello stesso tempo ero consapevole che non dovevo sfidare oltre la mia buona stella, Mi congedai. Matisse mi accompagnò alla porta.
"Il miglior bistrò del posto è ad appena un quarto d'ora da qui", disse, "e la loro specialità è il loup flambè au fenouil, la spigola al finocchio. Ci mettono un po' a prepararla, ma ho telefonato per prenotarle un tavolo e le ho ordinato io stesso il loup, così non la farann aspettare.".
Questo episodio la dice lunga su Henri Matisse. da buon pragmatico (veniva da una famiglia di origine contadina del Nord della Francia) non perdeva mai di vista il lato pratico della vita: i trentotto dollari, appunto. Ma, da edonista, non perdeva mai di vista neppure i piaceri di questo mondo.
 
 
 
 
(...) Un giorno, andando a trovare Matisse, notai uno schizzo in gesso bianco sul lato interno della porta de suo soggiorno. "Che cos'è?" chiesi. "Ho lavorato tutta la mattina a disegnare dal vero", mi spiegò, "Volevo vedere se le mie dita erano ancora in grado di riprodurre il modello da sole. Mi sono quindi fatto bendare e ho disegnato sulla porta."
Lo schizzo in gesso era quasi altrettanto deciso di un disegno su carta.
Matisse mi raccontò che alcuni anni prima avevano girato un documentario su di lui. Una sequenza del film lo ritrae intento a disegnare, al rallentatore. "la mia mano compiva un suo strano percorso.
Non me ne ero mai accorto prima. Mi sentii improvvisamente messo a nudo davanti a tutti: provavo una profonda vergogna all'idea che tutti potessero vederlo.
"Cerchi di comprendere", continuò, " non si trattava di esitazione. Inconsciamente stabilivo il rapporto tra il soggetto che stavo per disegnare e le dimensioni del mio foglio. Je n'avais pas encore commerce' a chanter, non avevo ancora cominciato a cantare.
"Quel che mi interessa di più non è una natura morta o un paesaggio, ma la figura. E' questa a permettermi di esprimere il mio sentimento quasi religioso per la vita", diceva. Per inciso, si riferiva a un'accezione di religione del tutto personale. I disegni a carboncino di nudi femminili eseguiti negli anni quaranta hanno una deliziosa levigatezza di contorni. Ma hanno anche la saldezza di giovani corpi energicamente posseduti.
Dalla sua opera, più che dall'immagine di se' che mostrava al mondo, appare con evidenza l'amore di Matisse per le donne. Le amava a tal punto che si avverte il desiderio di possederle tutte.
Nei suoi dipinti poteva tradurre questo sentimento in realtà.
(...) Per Matisse il Mezzzogiorno francese era un luogo in cui le donne voluttuose potevano trascorrere intere giornate bighellonando semivestite, senza trovare una ragione plausibile per cambiare le proprie abitudini. Per lui Nizza divenne una tappa intermedia sulla trada di Algeri, Fez e Marrakech e le attraenti giovani che posavano per lui, pagate un tanto all'ora, diventavano prigioniere del suo harem.
 
 
 
 
(...) Un giorno Matisse mi telefonò a Parigi invitandomi a Vence perchè aveva qualcosa da farmi vedere. Mi precipitai da lui e lo trovai a letto, al centro del suo soggiorno.
"Non ce la faccio più ad alzarmi", disse con una certa animazione, "per questo ho fatto portare il letto nella stanza più grande della casa, così ci lavoro."
Era una figura gentile, di un'eleganza edoardiana - in Matisse non vi fu mai alcunchè di informale -: accuratamente vestito in camicia bianca, maglione turchese, e cravatta intonata che richiamava l'azzurro dei suoi occhi, era pettinato con cura, la barba scolpita.
Accanto a lui c'era una rosa in un bicchiere, vicino a un mobile dal tipico disegno razionale, opera di Matisse stesso: un comodino a quattro lati, con cassetti poco profondi, che si reggeva su un perno girevole. Gli bastava farlo ruotare per riuscire a prendere quello che gli serviva; all'esterno di ogni cassetto un semplice disegnino bianco indicava il contenuto. La copera vivacemente colorata di rosso e giallo che teneva sulle ginocchia e gli arabeschi delle volute di ferro rosso ai piedi del letto rendevano la scena "très Matisse".
 
 
 
 
Sopra la sua testa c'era un fregio di disegni a pennello e china della nipote Jackie. All'estremità opposta del soggiorno, visibili dal letto, appese strisce di carta marrone con sagome colorate che salivano ai lati a coprire la parete di fondo; schizzi a carboncino erano disposti con grande precisione. La poltrona  a strisce rosse e bianche è notissima a tutti gli ammiratori di Matisse; compare in molti dei suoi dipinti.
Il padrone di casa brandiva un paio di grandi forbici e vari fogli di carta dipinti in colori di una solida luminosità erano ammucchiati davanti a lui. "Devo progettare una cappella", disse ridendo alla celata meraviglia con cui accolsi la notizia. Non risultava che fosse un cattolico praticante.
Mi raccontò come aveva ricevuto l'incarico e credo di essere stata la prima persona, fuori dalla cerchia degli intimi, a sapere del suo progetto per quella che poi sarebbe diventata la famosa cappella de - Ste-Marie-du-Rosaire di Vence.
 
 
 
 
 
 

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